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FILOSOFANDO SULL'AUTOMBILE

Le automobili, si sa, servono a molteplici usi. Ci si può andare a spasso la domenica, verso luoghi ameni, ricchi di verde e di silenzio, o per raggiungere un museo. Ci si può andare alla partita, dove sfogare la rabbia accumulata durante la settimana con urli, grida, o peggio, sfoderando la propria aggressività contro gli altri tifosi.

L'auto serve per andare al lavoro, ben lo sanno quelli che la mattina s'accodano in interminabili file, che saranno altrettanto interminabili alla sera; serve per portare i figli a scuola, in palestra, in piscina; serve ai fidanzati per cercare posticini solitari; serve per inquinare l'aria e ingorgare il centro delle città.

L'automobile ha reso possibili vacanze in posti lontani e l'Italia s'è fatta più piccola, percorribile in lungo e in largo in pochi giorni di ferie.

Serve anche a consumare benzina; serve agli assicuratori ed anche ai medici, indaffarati ad ingessare gambe e braccia. Quanta gente vive sulle spalle di questo modesto oggetto: gli sceicchi, le sette sorelle, la Fiat, le assicurazioni. Varrebbe la pena approfondire le ricerche e valutarne l'importanza sul sistema economico e politico mondiale, sull'etica.

Basti pensare agli insulti che l'automobilista elargisce ai suoi simili, a quel richiamare ignare genitrici, consorti coinvolte con un gesto della mano, tre dita piegate e due protese; e come salta fuori il misogino che c'è in ogni uomo, quando l'autista che taglia la strada all'incrocio è una donna!

Ma a parte queste riflessioni, che investono in generale tutta la società, c'è un altro scopo a cui viene destinata l'automobile; non si può negare che sia un valido strumento per l'attività politica.

Può portare volantini, manifesti, cartelli; ci si possono montare altoparlanti per comizi volanti, ci si va alle riunioni.

Anche la Federazione comunista di Varese ha avuto il suo bel parco macchine addetto al lavoro politico.

La prima che mi viene in mente è la giardinetta del compagno Olivio, ve la ricordate?

Fece sfoggio di sé nella campagna elettorale del '68, a Gallarate, col suo bagagliaio capace di contenere montagne di carta, pennarelli, spago; con i manifesti del P.C.I. incollati sulle portiere e due potenti altoparlanti legati sul portapacchi e, sopra a tutto, maestoso, lo slogan di quel momento politico: "E' ora di cambiare".

A qualcuno, però, quando la sentiva arrivare fra rumor di ferraglie, veniva il dubbio: cosa bisognava cambiare? La società o la macchina?
Il dubbio veniva anche a me quando, affrontando le curve, dovevo tirare con forza la portiera per impedire che si aprisse o quando, sul bel mezzo di un comizio, le batterie cominciavano a perder tono e la voce si spandeva per l'aria sempre più flebile e indistinta. Altri dubbi mi venivano quando si fermava improvvisamente per strada.

Olivio girava la chiave, schiacciava la frizione, l'acceleratore; apriva il cofano e frugava nel motore ma niente da fare. La piccola, coraggiosa automobile, aveva deciso uno sciopero ad oltranza.

Con le mani e il vestito imbrattati di grasso cedeva infine all'inevitabile e si sedeva scoraggiato nell'abitacolo, ma ecco un lampo improvviso, la solita lampadina che s'accende e ci salva nei frangenti più drammatici.

Scendeva allora dalla macchina e controllava il serbatoio della benzina. Vuoto, naturalmente, e non se n'era accorto perché la spia della riserva non funzionava più da tanto tempo.

Ma l'auto più importante, quella veramente degna di passare alla storia, è certamente la Topolino di Lucchina.

Non so quale anno avesse visto la sua nascita, certo le primavere trascorse avevano tracciato rughe indelebili sulla sua carrozzeria, sul motore, sulle varie parti dai nomi per me sconosciuti eppure, malgrado la sua vetustà, arrancava per dirupi scoscesi, rotolava per discese vertiginose, percorreva tutta la provincia portando carichi di giornali, di manifesti, il suo fedele compagno, il proiettore e, naturalmente, lo spericolato autista.

Assieme hanno sfidato i rigori dell'inverno, l'afa estiva, neve, ghiaccio, piogge torrenziali. L'acqua entrava dal tettuccio sconnesso e dalle crepe del fondo, mettendo a repentaglio le difese antireumatiche dei viaggiatori, ma sfidando ogni legge meccanica e fisica, l'auto resisteva con spirito eroico ad ogni avversità del destino raggiungendo riunioni e festival de l'Unità, esempio, per quanti la vedevano passare, di quanto sia forte la volontà.

Naturalmente tutto finisce, ed anche quel fulgido sole del mondo delle automobili ebbe la sua fine quando il fondo dell'auto si aprì inghiottendo il piede di Lucchina; triste fine, quella delle auto, ammucchiate in precarie cataste, in attesa d'essere riciclate come ferraglia.

Meditiamo, passando davanti a quei depositi che fioriscono ai fianchi delle nostre strade, sulla vita e le avventure di simili meraviglie meccaniche!

Non si può nemmeno scordare la Douphine di Angelo, anche lei impavida sulle strade del mondo. Memorabile è il periodo quando i freni si erano del tutto consumati e Angelo affrontava le curve con una sola mano, l'altra sul freno a mano, unico appiglio per una possibile salvezza.

Confrontata con le altre, però, quest'auto aveva una buona dose di sfortuna; come si può definirlo, altrimenti, l'insolito incidente capitatole?

Era lì, ferma sui ciglio della strada, pazientemente in attesa della scintilla che la mettesse in moto quando, improvviso, un blocco di neve gelata scivolò dal tetto d'una casa, cadendo proprio sulla cappotta, trasformando la curva bombata in una infossatura.

Ci sono state altre auto dopo queste, probabilmente più efficienti, ce ne sono state altre prima, a cominciare da quella che fu il primo mezzo di trasporto collettivo, acquistato, logicamente, di seconda mano nel lontano 1949 e che, alla guida del compagno Legnaro, serviva da taxi ai vari compagni che dovevano tenere le riunioni in provincia, ma son storie remote che conosco solo vagamente, però varrebbe la pena, dopo accurate ricerche, dedicare un libro intero alle auto che hanno fatto attività politica in questi quarant'anni, e chissà che a qualcuno non venga in mente di scriverlo.

Ierina Dabalà

nota: Il libro "A zonzo nella memoria", è uscito nel novembre del 1989

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