XENIA
E LE ALTRE
di Ierina
DABALA'
pubblicato sul
n. 4/2008 di Marea
Nina
-
Passami lo zaino - urlai
- presto!
Ci frugai dentro
freneticamente poi bloccai la macchina e lasciai che l’stinto
prendesse il sopravvento.
-
Fermi tutti – urlai stringendo fra le mani la pistola.
Raccontata
dopo (e quante volte ce la siamo contata e raccontata, questa
scena!) mi viene ancora da ridere, ma allora non ridevo; avevo
mimato la posizione dei poliziotti visti in tanti telefilm in
modo perfetto, e Flavio, incredibile, aveva capito al volo e
anche lui era sceso dall’auto, una mano infilata in tasca, lo
sguardo truce.
I due uomini
erano scappati nella boscaglia e noi avevamo scaraventato quel
fagottino di ossa e lustrini sul sedile posteriore per poi
allontanarci sgommando.
-
Sei pazza da legare – urlava Flavio – ma in che
casino mi stai cacciando?
-
Non hai visto come la stavano picchiando? Dovevamo forse
far finta di niente? Piuttosto, guarda come sta.
Flavio cercò di
toccarla ma lei gli morse con furia la mano intanto io avevo
preso per stradine secondarie. Nessuno ci stava inseguendo,
quasi di sicuro non avevano visto la targa, ma l’istinto,
ancora una volta, mi suggeriva di essere prudente.
Cominciai a
parlare con tono calmo alla ragazza, che aveva iniziato a
piangere, e parlava, parlava ed io non capivo una parola di
quanto diceva e Flavio le porse, con prudenza, un pacchetto di
fazzoletti di carta, e lei parlava e piangeva, ed io la guardavo
a tratti nello specchietto retrovisore e mi si stringeva il
cuore.
Dopo un’ora di
girovagare arrivammo al capanno, ormai quasi ristrutturato e
Marta ci accolse sui suoi 10 centimetri di tacchi, il solito
sorriso vacuo e un punto interrogativo in mezzo alla fonte.
-
Dove l’avete raccolta, questa? – disse indicando con
un dito indignato la ragazza.
-
“Questa”, se non ho capito male, si chiama Xenia, e
finché ci sono io starà qua con noi.
-
Non hai intenzione di portarla dai carabinieri, vero? –
disse Flavio con uno sguardo in cui non c’era nemmeno un
barlume di speranza ma solo lampi assassini.
Era
un osso duro ma io non ero da meno.
-
No. - Breve, concisa, per non lasciar adito a dubbi sulle
mie intenzioni e poi, melliflua - ormai siamo una famiglia di
fatto, con tanto di prole, e dobbiamo dividere gioie e dolori.
Cenammo a pane e
latte, non c’era da aspettarsi di meglio dall’arte culinaria
di Marta, poi andammo a dormire, Flavio e Marta in una stanza,
io e Xenia in un’altra.
Xenia
E’ da
qualche giorno che sono qua, è tutto strano. Non ho voglia di
parlare, nemmeno con Nina, di quello che mi è successo.
Non ho voglia
di parlare, ma mi sono fatta comperare un quaderno; scriverò un
diario, e voglio raccontare la mia vita. Magari un giorno lo darò
a Nina ma per ora ho paura che, se sapesse tutto, mi manderebbe
via, ma io voglio restare qua, dove non mi può succedere niente
di male.
Ma comincio
dal principio…
Sono cresciuta
tenendo in braccio una gallina, aveva le penne marrone ed era
calda e morbida. Un giorno, quando ero a scuola, l’hanno
uccisa. L’abbiamo mangiata, quel giorno, e quando l’ho
saputo ho vomitato, ma non ho pianto.
M’hanno
maritata molto tempo fa, io nemmeno lo sapevo, ma si sa come
vanno le cose dalle nostre parti; ti trovi sposata a qualcuno
che sei ancora una bambina ed io non potevo lamentarmi, perché
almeno me lo avevano dato giovane, non come a Rnema: lui
quaranta e lei quindici anni.
Niko rubava
fin da piccolo poi lo hanno arrestato
ma lui è scappato ed è arrivato in Italia ed ha trovato
un lavoro e lo trattano bene, da vero signore, altro che scarpe
di plastica e pantaloni rattoppati; persino si profuma con
l’acqua di colonia e si veste alla moda come si usa in Italia.
Quando è
tornato a casa mia, quando ero ancora laggiù, ha portato un
anello grosso come una pesca a mia madre, un paio di jeans per
me e una televisione a colori. Prima andavo dalle mie amiche a
guardare i film alla tv, ed ora ero io che invitavo le altre.
Avevo quindici
anni quando è stato mio marito, davvero, per la prima volta,
poi è partito, è stato via un anno, ed io avevo solo una sua
fotografia a farmi compagnia, e la fame, poi è tornato portando
tante cose da mangiare che avevo visto soltanto alla
televisione, mi sembrava di essere ubriaca di cibo.
Io voglio
andare in Italia. Lui dice che mi ama, che mi vuole qua ma io
voglio andare, con o senza di lui, vado e basta, devo andare.
Qua sono solo Xenia, del palazzo trecentoventisette, del secondo
piano, non ho vestiti, non ho collane d’oro. Devo andare dove
la gente è gentile ed ha soldi da buttare, ed io posso comprare
tutto quello che non ho mai avuto. Devo.
-
Vengo con te – gli dico – voglio partire assieme a
te, e se tu non mi porti io scappo di casa e vengo lo stesso.
L’ho
convinto, e sono pazza di gioia, non vedo l’ora di partire,
siamo già a Valona da due giorni, dormiamo per strada ma sarà
ancora per poco.
Quattro ore di
viaggio, fa freddo, sono congelata, non ho mai avuto così
freddo.
Appena
sbarcati dormiamo in un campo, poi viene uno slavo che ci porta
in macchina fino a Lecce poi Niko mi lascia con quello e se ne
va.
Non l’ho più
visto, da allora.
Nina
In barba alle
mie catastrofiche previsioni l’idea di Flavio di trasformare
il capanno in un bar-fast food stava funzionando. Ormai c’era
una discreta clientela e non ce la stavamo cavando troppo male,
malgrado i 10 centimetri di tacco di Marta, i continui litigi,
il quasi odio che provavo per gli stivaletti di biscia, di
pitone, di lucertola o di chissaché di Flavio e per la sua aria
da macho-macho.
Lavoravamo
tutti sodo. Lui ci aveva investito tutti i suoi risparmi, Marta
le speranze sentimentali, Xenia il suo tagliando per il futuro
ed io…
A me importava
restare al capanno.
Lì mi ero
innamorata di Gianluca, secoli prima, ma non era stata la
nostalgia di un amore a riportami in quel luogo, piuttosto
quella, ben più viscerale, dei sogni che ci avevano uniti.
Sui muri,
ancora, c’erano i nostri disegni, i nostri sogni.
Che piacere,
quando Flavio aveva deciso di lasciare intatti i murales, e che
piacere quando, armata di pennelli e colori, avevo ridato vita e
vitalità ai sogni!
Generazioni di
giovani si erano susseguite nella vita del capanno, lasciando
ognuna la propria impronta.
Ma la nostra,
la nostra, beh… noi eravamo davvero dei giganti dei sogni!
I miei si
erano frantumati nel quotidiano. Il marito che aveva scordato i
sogni sognati assieme per trasformarsi in un incravattato
manager a tempo pienissimo, i ragazzi che sapevano solo
chiedere, e pretendere, ed esigere, scordando le tenerezze
dell’infanzia con le quali mi avevano irretita non lasciando
spazio ad altri interessi, e il lavoro, compresso nei vari ruoli
che dovevo sostenere, che alla lunga si era trasformato solo in
faticosa routine, dove la fantasia non trovava più la forza di
rinascere.
Degli anni
passati ricordavo solo il gran correre per esserci sempre, per
non far mancare la mia presenza, a casa e al lavoro, sentendomi
perennemente in colpa per il tempo che non riuscivo a dare a
ciascuno e m’ero dimenticata di quello che dovevo dare a me
stessa, ma ora mi stavo riprendendo quel tempo.
-
Chi hai lasciato su questa spiaggia? – mi chiese una
sera Flavio, mentre eravamo fuori dal capanno a fumare
l’ultima sigaretta prima del sonno (ogni tanto, siappur di
rado, molto raramente, anche lui riusciva a sfilarsi gli
stivaletti di rettile ed entrare nel genere umano) .
-
Gianluca.
-
Che fine ha fatto Gianluca?
-
L’ho sposato.
Fine dei
sogni.
-
Incosciente – mi aveva urlato la prima volta che avevo
telefonato a casa – abbandonare i tuoi figli!
Eggià, avevo
abbandonato i “pargoli”, 18 e 23 anni di beato egoismo ma
proprio non riuscivo a sentirmi una madre snaturata. Mi avevano
prosciugata ogni energia, tutta la vitalità.
Ormai non ero
che una macchina fra lavoro e casa, sacrificando i sogni nel
lavoro e la speranza di una perfezione casalinga, assorbita da
richieste e pretese che mi tiravano da ogni parte.
E così me
n’ero andata senza dire dove e per quanto, clandestina in
quella patria che voleva davvero troppo da me.
Qua sto bene:
lavoro, dormo, mangio, e mi resta anche il tempo per rincorrere
i sogni.
Xenia
E’ stata una
bella serata giù alla spiaggia. Abbiamo cantato intorno al
fuoco; c’erano dei ragazzi simpatici ed uno mi si è seduto
vicino e mi ha toccato la mano ma mi sono spostata. Non ho
tempo, non ho voglia di queste cose, io, e poi sono sposata, e
poi non ci sarà mai un uomo che mi voglia bene. Ormai non è più
possibile.
Mentre scrivo
Nina sta dipingendo; mi piace guardarla dipingere, sembra tutto
così normale, così tranquillo! Non capisco cosa rappresenti
quel quadro, vedo tanto colori, sembra quasi un mare in
tempesta, però mi piace, anche se preferirei dipingesse
qualcosa che io capisca.
Un giorno le
chiederò di farmi il ritratto così lo manderò a mia madre.
Come mi manca
casa mia! Anche se era piccola, e brutta, e povera, eppure mi
manca, ed ho anche voglia di parlare la mia lingua ed andare in
bicicletta con Rnema, e fermarci al paese e gironzolare intorno
al bar, senza soldi, senza poter comperare nemmeno un gelato.
Come sarà la
mia vita? Resterò al capanno oppure mi manderanno via? Qui sto
bene, non parlo, non dico niente, ma Nina mi ha regalato una
valigia con il lucchetto, così posso chiudere questo diario,
sicura che nessuno lo leggerà. Lei non assomiglia a mia madre,
che voleva sempre sapere tutto, e controllare, e mi chiedeva, ed
ora non sa niente della mia vita.
Mi sono
sentita più serena quando Mirko, lo slavo, mi ha portata da
Sara. Se penso a quanto poco ho parlato dopo che Niko se n’è
andato, mi pare quasi impossibile, è come se la lingua si fosse
seccata.
Non era
proprio una casa quella di Sara, era una specie di bar, grande,
con varie stanze e stanzette separate da tende pesanti poi,
sopra, dopo una porta, c’era la casa vera, con la cucina, il
corridoio e le camere dove noi dormivamo. Noi, cioè io e le
altre ragazze: una russa, due brasiliane e due argentine.
Non capivo
quello che dicevano, non capivo cosa volessero da me, però
Mirko mi ha chiarito le idee; mi ha buttata sul letto e mi ha
fatto fare cose che Niko non mi aveva mai chiesto e io non
sapevo cosa fare e non volevo capire ma dopo me l’hanno
spiegato a gesti e a risa le altre ragazze e anche se non capivo
una parola ho capito, poi è arrivata Sara e mi ha portata in
bagno, e lavata e profumata, e mi ha acconciato i capelli sulle
spalle, e mi ha fatto indossare biancheria bellissima e degli
abiti che appena mi coprivano, e poi sono arrivati degli uomini,
brutti, vecchi, grassi, e le altre ridevano e giocavano, e se ne
andavano con loro oltre le tende ed io mi sono messa a piangere
allora Mirko mi ha presa per un braccio e mi ha portata di
sopra, e mi ha spogliata e mi ha fatta entrare nella vasca da
bagno ed ha aperto l’acqua fredda ed ha spalancato la finestra
ed entrava la notte gelida ed io tremavo, e tremavo ancora
quando si è fatto chiaro.
-
Non ti sfregio – ha detto Mirko puntandomi il coltello
sulla guancia – perché devi essere bella – ed io piangevo e
avrei voluto essere nel mio letto, vicino a quello di mia
sorella, nella camera di mia madre, e sentire i miei fratelli
accapigliarsi nell’altra stanza, ed invece ero sola perché
ero stata presuntuosa ed avevo voluto le cose che vedevo in
televisione, ed avevo creduto che fosse un facile gioco, che
bastasse attraversare un braccio di mare per essere ricchi e
felici.
Quando il sole
stava tramontando tornò Sara e riempì la vasca di acqua calda
e di profumi poi mi acconciò i capelli sulle spalle e mi fece
indossare biancheria bellissima e abiti che mi coprivano appena,
poi mi portò in cucina a mangiare una minestra bollente e mi
fece bere del vino e le altre ragazze mi stringevano le mani.
-
Non è niente – disse Maria, una mulatta bella, e
altera, e fiera – vedrai che non è niente – e intanto mi
cingeva le spalle.
Nina
Incredibile!
Questa settimana ho venduto due quadri! Li ho venduti, davvero!
Quando mi hanno chiesto il prezzo sono rimasta imbambolata ma
Flavio ha sparato una cifra impossibile eppure… li hanno
comperati!
Due quadri e
l’equivalente di tre mesi di stipendio!
Ho telefonato
a casa.
Finalmente i
figli hanno smesso di piagnucolare sulle loro disgrazie di bimbi
abbandonati! La grande sta preparando la tesi, il piccolo ha
preso un 7 in matematica…. Ehi… ho detto matematica!
A quanto pare
hanno anche imparato dove trovare mutande e calzini, visto che
non mi chiedono più delucidazioni in merito.
Marta è
incinta, è scesa dai suoi trespoli e Flavio la cova come un
cigno.
Che ne farò
di Xenia?
Fra due mesi
compie 18 anni. Potrei assumerla come colf e poi mandarla dritta
dritta a scuola, oppure la adottiamo!
La
adottiamo… io e Gianluca?
Ad ora nessuno
sa dove vivo, nemmeno la ASL, anche se Flavio urla e sbraita per
i libretti sanitari e burocrazie varie.
A proposito, e
mi sembra una notizia davvero importante, si è comperato un
paio di mocassini!
Xenia.
Man mano che
passa il tempo mi sento sempre meglio e i ricordi si fanno più
indistinti, più lontani.
Da piccola
volevo studiare e diventare maestra per stare per sempre con i
bambini, ma mi sa che non si realizzano mai i sogni dei bambini,
o forse solo quelli dei bambini ricchi, ma non i nostri.
A volte penso
che mi piacerebbe restare qui per sempre. Anche i grandi sono
strani, un po’ allegri, un po’ tristi; forse hanno brutti
ricordi da cancellare, e pare che anche loro non sappiano quello
che vogliono, proprio come noi ragazzi.
Nina ha detto
che appena compio diciotto anni mi farà avere tutti i documenti
in regola e anche il permesso di soggiorno, così non dovrò più
avere paura che mi rimandino indietro.
Ora che sono
qua non ho più voglia di tutte quelle cose che desideravo
quando ero in Albania e mi parevano importanti, ed invece ora
capisco che quello che conta è avere vicino persone che ti
vogliono bene, e loro me ne vogliono, e anche Martina, che ora
è incinta, e continuiamo a litigare, ma non litighiamo con
rabbia, e poi Nina mette pace fra noi, e Nina ha davvero una
grande pazienza e non so come faccia a sopportare tutti, e anche
Flavio mi vuole bene anche se pare quasi non mi veda, però
quando mi è venuto il mal di gola si è preoccupato ed è
andato a prendere le medicine ed è venuto a portarmele in
camera e mi ha detto di stare riparata, di non prendere freddo e
mi ha rimboccato le coperte come un padre, e mi sono sentita
subito meglio.
Avevo tanta
paura quando mi hanno portato sulla strada! Mirko mi aveva data
a quei due e loro volevano che lavorassi sulla strada, ma io non
volevo e mi hanno picchiata, e poi picchiata ancora, e chissà
cosa sarebbe successo, e alla fine mi avrebbero obbligata a fare
quello che volevano loro, se non fosse intervenuta Nina.
Un giorno le
ho chiesto se la pistola era vera e lei si è messa a ridere.
Nina non è
tipo da andare in giro con una pistola vera, però quel giorno
mi ha salvato la vita.
Nina
E così io e
Flavio abbiamo litigato ancora, questa volta per colpa di Xenia.
La vuole assumere al capanno.
Dovremo
chiedere a Salomone un parere.
Hanno scritto
un articolo sui miei quadri ed ho proposto a Flavio di
organizzare al capanno una mostra di pittura, la prima di una
lunga serie. Ora che l’estate è finita c’è poca gente in
giro e bisogna trovare il modo per incrementare la clientela. Da
solito scemotto qual’è ha detto che lui pensava a cameriere
in topless, ma gli ho fatto notare che il tasso di umidità
invernale non è adatto ad un simile abbigliamento.
Alla fine
dell’ennesima snervante discussione abbiamo deciso per una
collettiva, mi sembra un buon inizio.
Xenia
Nina ha
iniziato una nuova tela. Questa volta dipinge davvero il mare, e
gli scogli, e il sole; insomma, sta dipingendo la nostra
spiaggia. Quando dipinge sembra un’altra; sembra più giovane
e le brillano gli occhi.
Io non so fare
niente; ho solo quei brutti ricordi che vorrei cancellare, ma
Nina dice che non bisogna dimenticare, perché noi siamo i
nostri ricordi, le radici da cui ogni volta nasce una nuova
pianta.
Ancora un mese
poi compio diciotto anni, con i soldi che guadagno lavorando qua
voglio andare a scuola, voglio imparare, magari riesco davvero a
diventare una maestra. Nina ci crede, ma io ho paura che se mi
trovano mi rimandano in Albania, poi Niko mi da ancora a quelli,
ed io non posso pensare di ricominciare quella vita.
Nina
Era di spalle,
seduto ad un tavolo, e feci istintivamente un passo indietro.
-
Che ci fai qua? – dissi abbassando la voce.
Lui si girò
lentamente e scoppiò in una fragorosa risata, ma gli occhi non
ridevano.
-
Ho visto l’articolo sul giornale; sono stato davvero
stupido a non pensare a questo posto, ma ora basta con le
scemate, adesso torni a casa!
Proprio in
quel momento entrò Flavio (con i suoi orrendi stivaletti di
pelle di biscia) e Gianluca spalancò la bocca esterrefatto.
-
E’ per questo “coso” che mi hai mollato?
Poi tutto andò
come era ovvio. Tutti urlavano, e Flavio voleva picchiare
Gianluca e Gianluca voleva picchiare Flavio, Marina aveva fatto
cadere una pila di piatti per terra e Xenia che mi s’attaccava
addosso a mo’ di sanguisuga.
-
Non portarla via, non portarla via! – Urlava, e ci
volle un bel po’ di sbraitare prima che si cominciasse a
ragionare decentemente.
Xenia
Ora sono
davvero libera. Finalmente ho ottenuto il divorzio, Niko non può
più farmi del male.
Sono trascorsi
molti anni, da quando sono arrivata al capanno, ma non ho perso
l’abitudine di scrivere i miei pensieri.
A scuola i
bambini mi vogliono bene. Sono così dolci e teneri! E’ appena
iniziato un nuovo anno scolastico, e mi sciolgo di tenerezza
vedendo i piccolini arrivare per il loro primo giorno di scuola.
Non sono più
una clandestina, non mi devo più nascondere.
Con altre
donne abbiamo
fondato una associazione che aiuta le ragazze in difficoltà.
Non ci sono solo le albanesi, ma le russe, le polacche, le
africane, le sudamericane.
Io racconto
loro la mia storia, se ce l’ho fatta io, possono anche loro
uscire dalla schiavitù, se le aiutiamo.
Nina
Faccio la
pendolare fra casa e capanno.
Ormai sono
nonna, e il piccolo Diego mi ha irretita con le sue dolci
moine… ah, cuore di nonna, ancora peggio di quello di mamma!
Mia figlia insegna, lettere, ovviamente, e mio figlio è un
serioso apprendista veterinario, che prende molto sul serio il
suo impegno. Gianluca è in pensione.
Spesso al
capanno ci veniamo assieme, soprattutto quando si inaugurano le
mostre di pittori importanti.
Flavio riesce
a vendere i miei quadri a prezzi incredibili, io non oserei mai
chiedere tanto. Il fetente non è cambiato, e dice che quando
sarò morta (gestaccio da parte mia!), chiamerà il locale “Il
capanno di Nina”.
Marta continua
a rompere piatti e bicchieri, come il solito, ed è ritornata
sui trampoli.
Il loro bambino ci sta mettendo il massimo impegno per diventare un
campione di nuoto, come si addice ad un bambino cresciuto al
capanno.
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