|
Era una piccola fabbrica di confezioni
con una quarantina di dipendenti, una di quelle fabbrichette
che spuntavano come funghi in quegli anni, e Luisa non era
che una ragazzina quando ne aveva varcato il cancello per la
prima volta, un po’ spaventata ma anche curiosa,
orgogliosa di entrare finalmente nel mondo degli adulti. Una
donna le si fece incontro e la condusse nello spogliatoio,
nient’altro che uno spazio ricavato nel magazzino dove
erano conservate le pezze di tessuto, e le diede la chiave
di un armadietto. Poi, titubante, Luisa la seguì nel
capannone adiacente, mentre gli occhi si riempivano di
lacrime e la gola cominciava a bruciare: “Non è
niente”, le disse Maria, “è solo l’odore
dell’appretto dei tessuti, ti abituerai”. Così era
iniziata la prima giornata di lavoro, e a quella ne
seguirono infinite altre.
Cominciò a lavorare in magazzino, a
piegare sottovesti di tutti i colori e modelli possibili,
impilando le scatole in torri che portava in bilico fino
all’altro magazzino, quello del lavoro eseguito. Poi passò
al taglio e andava avanti e indietro a stendere le pezze sul
tavolo, formando alti tappeti sui quali la maestra disegnava
le sagome, che poi erano ritagliate dalle operaie più
esperte. Voleva impratichirsi bene nel lavoro ed era
contenta quando la chiamavano a sostituire qualche assente,
così imparava ad usare anche le macchinette e le tagliacuci,
e presto seppe cucire i pizzi in fondo alla biancheria senza
che tirassero o si arricciassero.
Era curiosa, sveglia, si dava da fare.
Arrivava al lavoro la mattina, appendeva la bicicletta al
gancio sotto la tettoia e se ne andava in spogliatoio
stringendo la borsa con la gamella, poi, dopo quattro ore,
quando suonava la campanella, si avviava con le compagne
verso lo stanzino ricavato con tavole di compensato
all’interno del capannone e che fungeva da mensa. A turno
scaldavano il cibo su un fornelletto a gas. Quello era il
momento delle chiacchiere e degli scherzi. I primi tempi era
arrossita per le battute pesanti delle operaie più anziane,
poi s’era abituata, aveva imparato, era cresciuta. Dopo
pranzo uscivano e andavano a prendere il caffè al bar,
quindi, nei giorni di bel tempo, in attesa di riprendere il
lavoro si sedevano su un muricciolo in cortile e
continuavano le chiacchierate, dividendosi in gruppi: le più
giovani da una parte, dall’altra le adulte, che usavano il
tempo di pausa per prendere in mano un altro lavoro, magari
un maglione per i figli o un centrino all’uncinetto. Lei
era una ragazzina, ma ce n’erano altre ancora più
piccole, quelle che dovevano scappare se arrivava
l’Ispettorato del lavoro. Lì ridevano, giocavano, ma
presto la campanella le richiamava al dovere e rientravano
nel capannone umido e freddo, dove erano perennemente accese
le lampade al neon.
Non le dispiaceva il lavoro, anche se a
volte lo trovava noioso per quei gesti ripetuti
all’infinito, per giorni, per mesi; solo cambiavano i
colori dei tessuti, i modelli, ma tutto era così uguale,
immutabile. Però quando portava a casa la quindicina si
sentiva grande, importante, e ogni mattina risaliva sulla
bicicletta e andava in fabbrica, dove trovava anche il tempo
per la battuta scherzosa, per un lazzo. La radio era quasi
sempre accesa. Ascoltavano le canzoni e spesso univano le
loro voci in coro dentro il capannone.
Un giorno come tanti, mentre stava a
testa china sulla macchina da cucire, sentì Giovanna
uscirsene: “Ecco la puttana che ritorna”. Luisa si guardò
in giro, ma senza capire: “Cosa dici?”. “Mara.
Guardala”. Mara era uscita dal magazzino delle pezze un
po’ arrossata, scarmigliata, e subito dopo era uscito il
padrone con aria soddisfatta. Qualche mese addietro, proprio
nel magazzino delle pezze, il padrone aveva cercato di
abbracciare anche lei, ma s’era divincolata. Non ne aveva
parlato con nessuno, nemmeno in casa: era un qualcosa di cui
si vergognava, come se lei fosse in qualche modo colpevole:
“Ma Mara perché?”. “Magari le piace”, disse
Giovanna. “No, è paura”.
Man mano che cresceva Luisa capiva
sempre più. Vedeva il padrone aggirarsi fra le macchine da
cucire proprio come un padrone, lanciare proposte come per
scherzo, allungare una mano, toccare le donne che si
difendevano come potevano: ridendo o facendo finta di non
capire. Tutte ne temevano la collera. Se una faceva un
qualche errore, anche il più insignificante, urlava come un
indemoniato e nessuna aveva il coraggio di rispondergli.
Poi i giorni uguali, le lunghe ore
monotone, la schiena sempre più indolenzita, le mani che
compiono gesti sempre uguali, mentre l’orologio avanza con
lentezza esasperante e dopo, per tutte, c’è anche altro
lavoro a casa, non retribuito, e una si mette a piangere e
non sa dire il perché, poi le macchine riprendono il
ritornello ronzante e l’umidificatore spande nell’aria
le minuscole goccioline d’acqua che ammorbidiscono il
filato perché non si spezzi, ma inumidiscono anche le
spalle piegate, e le vibrazioni del motore salgono lungo le
gambe, si insinuano nel ventre. Un’altra ha abortito nei
primi mesi di gravidanza. Forse non è un caso, succede
troppo spesso per essere un caso. Forse sono davvero quelle
vibrazioni. Ma bisogna lavorare, bisogna continuare a
lavorare e le bambine continuano a nascondersi se viene
un’ispezione e il padrone continua ad urlare e a fare
proposte come fosse per scherzo. Luisa ha vent’anni ed è
già stanca.
Ma un giorno, dopo l’ultimo urlo, le
donne si guardano e le macchine si spengono, ad una ad una.
Loro rimangono
sedute ai loro posti, dentro ai grembiuli azzurri, e quelle
del taglio e del magazzino sono in piedi, immobili, tutte
con le braccia incrociate. Anche Mara ha spento la sua
macchina. Silenzio, un silenzio irreale, e le impiegate
cacciano fuori la testa dall’ufficio e le maestre si
guardano attorno sgomente, mentre il padrone cammina avanti
e indietro come un leone in gabbia. Vorrebbe urlare ma non
osa.
L’orario di lavoro è finito ed escono
tutte assieme: “Avete visto che faccia?”, ridono, si
abbracciano, è tutto un cicaleccio, un parlottio, ed ognuna
vuol dire la sua e non ci si capisce più niente: “Bisogna
organizzarsi, ragazze”, e dopo pochi giorni è convocata
l’assemblea, la prima assemblea in quella piccola
fabbrica, la prima in assoluto per tutte loro. Paiono tutte
più belle, si lanciano sguardi pieni di allegria. Persino
il lavoro sembra meno faticoso. Il padrone minaccia di
chiudere, non vuol concedere niente, urla, sbraita, ma non
davanti a loro. Lo sentono latrare in ufficio come un
ossesso, e a loro viene voglia di ridere e cantare. Poi ci
fu anche il giorno in cui lui tornò a cercare Mara, e Mara
tremava. Giovanna si alzò e gli disse: “La lasci
stare”, e nella voce non c’era minaccia, solo un tono
basso, deciso. Tutte alzarono la testa e lui andò via.
Col tempo hanno avuto uno spogliatoio
vero e proprio, una stanza decente dove mangiare i pasti,
che non portano più nella gamella ma arrivano caldi dalla
mensa di una fabbrica vicina, un po’ più grande della
loro. Negli anni i poster appesi alle pareti della mensa
sono cambiati, ai divi del cinema e dei fotoromanzi si sono
sostituiti quelli della tv. Solo uno è rimasto di quei
tempi, ingiallito sopra il muro.
Luisa ha trascorso tutta la vita in
quella fabbrica. L’ha vista crescere e poi
ridimensionarsi. E’ cambiata la produzione, le macchine si
sono automatizzate, ma il lavoro non è cambiato granché;
il padrone è morto ed è subentrata la figlia, né migliore
né peggiore di suo padre. Luisa s’è sposata e sono nati
i figli. Ha continuato ad appendere la bicicletta al gancio,
ma solo nei giorni di sole, perché per gli altri ha preso
la patente ed una utilitaria. Le compagne di lavoro sono
cambiate. Qualcuna si era licenziata per accudire la
famiglia, altre in pensione. Erano arrivate nuove ragazzine
ed era lei ad accoglierle, a fare da guida, da maestra.
Adesso era arrivato anche il suo ultimo giorno di lavoro,
l’aspettava la festa d’addio.
Alle 16 le macchine si spensero e
arrivarono bottiglie e pasticcini. Le solite parole,
abbracci, molta emozione: “Un regalo…”. Luisa faceva
fatica a trattenere le lacrime: quanta vita fra quelle mura,
quanti giorni, quante ore, quanti ricordi; ma voleva
serbarne almeno uno: “Ho anche io un regalo per voi”,
disse sorridendo. Le ragazze dell’ufficio arrivarono con
un quadro che aveva portato di nascosto la mattina: “In
cambio mi date quello appeso in mensa”.
Tutte erano curiose, si spintonavano per
vedere. Le più giovani parevano deluse: “Ma è tale e
quale a quello!”. “Certo, ma quello lo voglio io.
Significa molto per me, ma è
importante anche per voi che comunque continui a
starci”.
Andò in mensa esitante: “Posso?”.
“Certo”. Staccò le puntine che trattenevano la stampa
alla parete e arrotolò il vecchio foglio. Ad uno ad uno i
lavoratori sparivano: l’uomo con la giacca sulla spalla,
la donna con il bimbo in braccio, gli altri, più in fondo,
nelle loro maglie lacere. Poi appese lo stesso quadro, dagli
stessi colori soffusi, racchiusi in una cornice tutta nuova.
Si sedettero, e Luisa cominciò una storia di tanti anni
prima.
Ierina
Dabalà
|