|
Dopo
Caporetto ormai si combatteva sul Piave; dalle Fondamente
Nove si sentiva, lontano, il boato dei cannoneggiamenti e la
notte si vedevano sinistri bagliori.
-
Appena possibile, prendi i figli e scappa – aveva
detto mio marito; non me lo ero fatto ripetere e quando
sui muri era apparso l’ordine di sgombero, con i figli e
qualche pacco di roba lasciai la città.
Quando
il vaporetto si staccò dalla riva, triste, una nenia ci
sorse spontanea dalle labbra:
“Addio,
Venezia addio, noi ce ne andiamo,
addio
Venezia addio, Venezia salutiamo… “
Fino
ad allora il mio mondo era stato tutto racchiuso fra la Via
Garibaldi e il ponte della Veneta Marina. Di rado si andava
a Rialto, e solo in occasioni speciali, figurarsi andare in
campagna! Non ero mai uscita da Venezia, ed ora partivo,
profuga di guerra, io, mia suocera, mia sorella Stella e i
bambini; nessun uomo al nostro fianco, profughe e sole, con
tutto il peso di quella grande responsabilità, con un
futuro che non riuscivamo ad immaginare.
Penavo
per quel marito al fronte e per l’incerto futuro dei miei
figli. Ma dovevo partire, soprattutto per loro.
Lento
il battello arrancava sulla laguna e il mio cuore si
spezzava già per la nostalgia e gli occhi si volgevano
verso la riva, lontana, sempre più lontana, sfumata nelle
nebbie di quel triste novembre del ‘17.
Arrivammo a
Chioggia, dove ci aspettava un treno merci per condurci
verso l’ignoto, con in testa la locomotiva a carbone,
tutta fumo e vapore.
Nei
vagoni, paglia sulla quale chissà quanti avevano dormito,
lasciando in eredità pidocchi giganteschi che, affamati, ci
assalirono ferocemente.
I
bambini, si sa come sono, presero la cosa sul ridere, ed
iniziarono ad ucciderli, divertiti, ma mia suocera si
grattava e si lamentava, e piangeva, povera Marietta,! Non
l’avevo mai vista così disperata poi, malgrado il freddo,
si tolse le calze piene di insetti e le buttò fuori dal
treno, per difendere meglio le sue povere, vecchie gambe,
colpendo al volo le orribili bestiacce.
Di
mangiare, non se ne parlava . Finito il poco che ci s’era
portati da casa si cominciavano a sentire i morsi della
fame.
Verso
sera, e a novembre la sera viene presto, arrivò un
ferroviere.
-
Dove si va? – fu la generale domanda, ma lui
allargò le braccia – Non so; so dirvi solo che siamo
sulla linea adriatica, ma dove ci fermeremo lo sa Iddio.
Ci
diede una lampada ad olio, raccomandandoci di far attenzione
a non incendiare la paglia e con quella luce scialba
e oscillante ci accingemmo a trascorrere la notte, al riparo
di coperte troppo corte, e solo i bambini riuscivano a
coprirsi interamente. La mattina seguente ci portarono delle
gallette, dure come sassi, e mia suocera, con i suoi denti
malmessi, le succhiava per ore.
Ogni
tanto si incrociavano treni diretti a nord trasportando
altri soldati per la guerra, e, fermi in un binario morto,
vedemmo dai treni in viaggio verso il sud le facce pallide
dei feriti, coperti di bende. Noi donne si piangeva pensando
ai nostri cari al fronte.
Tre
giorni durò il viaggio, tre giorni di freddo, di fame, di
paure. Guardavamo i nomi delle stazioni: Rimini, Viserba,
Riccione, Fano, paesi che non avevo mai sentito nominare,
poca acqua e meno ancora da mangiare, con i bambini che si
facevano sempre più smunti, soprattutto Alfredo, il più
piccolo, che non aveva ancora tre anni, e mi si stringeva il
cuore a guardarlo.
Arrivati
ad Ancona, non c’era più posto per accogliere altri
profughi, così ci trovarono una sistemazione a Cagli, un
paesino dell’interno, sull’Appennino dove ci accolsero
con gran festa. Tutti erano pronti ad aiutare i poveri
profughi in quei tristi tempi di guerra
Dopo
una notte trascorsa in un camerone comune, sempre sulla
paglia, noi andammo a casa del parroco e, dopo un buon
bagno, potemmo mangiare un piatto di minestra calda, il
primo, dopo tanti giorni.
Ci
sistemarono in una casa di tre stanze; eravamo in dieci, ma
ce la siamo fatta bastare e poi, poi, quella casa aveva agi
che a Venezia non avevamo. Per prima cosa c’era l’acqua
corrente, un water, un water vero, non il solito buco che
nelle nostre case di Venezia scarica tutto in canale e poi,
somma meraviglia, c’era l’elettricità. Solo mia suocera
si rifiutò sempre di toccare l’interruttore per paura di
chissà quale diavoleria, mentre i bambini si divertivano un
mondo ad accendere e spegnere la luce, e alzavano i loro
visini stupiti ad ammirare il miracolo.
Si
viveva col sussidio e qualche lavoretto saltuario che
riuscivo a fare; ero brava a cucire e a far la maglia, e non
è mai mancato il cibo per i miei figli.
Purtroppo,
però, col trascorrere dei mesi, l’atteggiamento degli
abitanti cominciò a cambiare.
Alla
prima solidarietà “patriottica” era subentrato un
attrito, una diffidenza verso il “diverso”. Ci
guardavano spesso in cagnesco, sussurravano mezze parole
alle nostre spalle. Non era proprio astio, forse era solo
paura del diverso, di quel diverso che si era
improvvisamente intrufolato nel loro vivere quotidiano.
Una
volta sentii una madre redarguire i suoi figli dicendo loro
che, se non avessero fatto i bravi, i profughi li avrebbero
mangiati!
E
così, stavamo diventando il “babau” dei bambini. Mi
prese una tale malinconia, in quel momento! La guerra ci
aveva cacciati dalle nostre case, ed ora non avevamo più
casa, né patria. Eravamo estranei, in terra
“straniera”.
Mi
si stringeva il cuore soprattutto per quei miei figli
“diversi”, che cominciavano a mescolare al veneziano
parole marchigiane, eppure, proprio dai miei figli, dalla
loro esuberante vitalità, mi venne la possibilità di
guadagnarmi da vivere decorosamente ed ottenere un certo
prestigio.
I
bambini, si sa, mangiano più scarpe che pane e i miei, per
fortuna, non facevano eccezione, ma soldi per scarpe nuove
non ne avevo, così rispolverai vecchi ricordi d’infanzia,
e feci per loro delle comode e calde “papuse”,
le tipiche pantofole veneziane, fatte con avanzi di
stoffa abilmente cuciti insieme.
Il
successo fu strepitoso. Le vicine di casa furono subito
interessate a simili economiche calzature; mi chiesero di
cucirne anche per loro e i loro bambini, e persino le suore
dell’asilo incuriosite, mi chiesero di dar loro lezioni su
quell’abile arte così, fra lezioni calzaturiere e
produzione di “papuse” arrivò la fine della guerra.
Le mie abili mani ci avevano permesso di
sopravvivere.
|