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RICORDO

DI

LUISA RONCHINI

 

L’ho saputo da amici che Luisa se n’è andata.

Quando l’ho conosciuta aveva i capelli neri, lunghi sulla schiena ed occhi fieri e scuri. Era forte, coraggiosa, era bella ed aveva una voce meravigliosa, possente e dolce ad un tempo.

Con Pina, Alberto, Gualtiero e gli altri amici della “Colonia A. Garibaldi”, trascorrevamo le sere a cantare, mentre  le luci delle lampare disegnavano sulla laguna tremolanti riflessi argentati, sullo sfondo i fumi di Porto Marghera.

Poi l’ho persa di vista, come succede quando le strade prendono percorsi diversi, ma ogni tanto ci si sentiva per telefono e mi stupivo per la sua energia che ancora l’animava, malgrado la malattia. L’ha incontrata mia figlia, quando le ha portato un quadro di mio padre che la ritraeva, l’ha vista fra i suoi gatti, fra le bellissime bambole che Luisa collezionava e lei stessa creava. Mi son fatta raccontare tutti i particolari da Nadia, un po’ triste per quel legame solo telefonico che ancora mi teneva legata a Luisa. Non voleva incontrare gli amici che l’avevano vista giovane e forte.

Da anni ammalata, Luisa se n’è andata in silenzio.

Ma chi è Luisa Ronchini?

Nata a Bergamo nel ‘33, dopo un lungo soggiorno a Bolzano, si era trasferita a Venezia all’inizio degli anni ’60 e lavorava come ceramista presso un laboratorio della città.

Frequentava allora un gruppo anarchico che in quegli anni gestiva una libreria ed una galleria d’arte dalle parti di S. Polo e si chiamavano entrambe “Internazionale” e proprio in libreria ha conosciuto i primi dischi di canto sociali come quelli di “Italia Canta”  del gruppo Cantacronache di Torino e i Dischi del sole del Nuovo Canzoniere Italiano.

Sua è stata l’intervista fatta a Armando Borghi (1882-1968, anarchico, uno dei promotori nel ’14 della “settimana rossa”, in esilio negli Stati Uniti fino al dopo guerra, quando, tornato in Italia,  dirige il settimanale anarchico Umanità Nova), nella quale si ha una lunga rievocazione storica del periodo a cavallo fra i due secoli e la registrazione di molti canti anarchici che sono poi entrati a far parte del patrimonio culturale collettivo.

Sollecitata dai Dischi del sole, iniziò, nel 1963, una ricerca sul patrimonio popolare, girando per le calli e i campielli di Venezia, per le strade di Chioggia o Treporti, armata di registratore, della curiosità che le era tipica, di tenacia e passione. Senza di lei sarebbe andato perduto un patrimonio storico di enorme importanza. Canzoni come “Tiorte i remi e vuoga”, o “Peregrinazioni lagunarie”, le “vilote” o le “furlane” veneziane forse sarebbero svanite con gli ultimi anziani, e i canti contro la guerra o di protesta come “Addio Venezia addio” o “Le impiraresse” non sarebbero più riecheggiati per Venezia.

Nel ’65 incise il  suo primo disco “Nineta cara”, con l’accompagnamento del chitarrista Franco Baroni e verso la fine del 1964, con Gualtiero Bertelli, dà vita al “Canzoniere Popolare Veneto” e al gruppo, nel ’65, si aggiunge Alberto D’Amico, ed assieme allestiscono lo spettacolo “Tera e aqua”, presentato la prima volta a Venezia il 7 aprile, e dal quale fu tratto il disco “Addio Venezia addio”.

Il Canzoniere Popolare Veneto, di cui Luisa era l’anima e la forza, ha saputo mantenere vivo il ricordo, aggiungendo al vecchio repertorio le nuove canzoni, nate dal quotidiano come “Nina”, di Gualtiero Bertelli o “Giudecca”, di Alberto D’Amico.

Luisa, anche con altre formazioni, è presente sulle piazze di tutta Italia, nelle feste della sinistra, ma anche nei teatri, a fianco di attori prestigiosi, come Gigi Proietti.

Numerosi sono gli album  incisi da Luisa Ronchini, alcuni con il Canzoniere Popolare Veneto, altri da sola, come la bellissima raccolta di ninne nanne, ormai introvabile, inciso per il Comune di Venezia verso la fine degli anni ’70.

Nel ’90 pubblica il libro “Sentime bona zente”, con la casa editrice Filippi editore (Venezia), una raccolta di “canti, conte e cante del popolo veneto”, raccolti con pazienza e passione.

Nel 1993, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita della Camera del Lavoro di Venezia venne organizzato un grande concerto che abbracciava cento anni di canto popolare veneziano, incentrato soprattutto sulla figura “femminile”.

C’erano Bertelli, D’Amico, Giuseppina Casarin, Monica Giori, l’ensemble di Stefano Ricatti e Luisa, uscita da poco da un lieve ictus dal quale si era ripresa bene, viene accolta come una festeggiata. La sua voce forte, alta, bellissima, appena un po’ più grave di prima, ha risonanze che toccano il cuore.

Fu l’ultima volta che Luisa cantò in pubblico, ma l’emozione trasmessa è indimenticabile, per quanti hanno avuto la fortuna di ascoltarla.

Qualche mese dopo fu ricoverata per una rara malattia con la quale combatté per più di 8 anni, ma il 13 luglio del 2001, in una calda giornata d’estate, se n’è andata, non ci resta che il ricordo e la sua bellissima voce, che ancora risuona quando ascoltiamo un vecchio disco.[1]

Ierina Dabalà


[1] La parte biografica è tratta dall’articolo di Gualtiero Bertelli uscito su “Il Manifesto” del 18.7.2001

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