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L'ARSENALE
DI
VENEZIA
(di
Ierina Dabalà) |
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Da casa
vedevo la ciminiera; alle 8, a mezzogiorno e alle 17,30 suonava la
sirena, che segnava i tempi di lavoro degli arsenalotti.
A
Venezia ci si va in tanti, ma non è facile visitare l’interno
dell’Arsenale. Mi è stato possibile grazie alle giornate del FAI,
che hanno aperto spazi di solito chiusi ai visitatori.
La
storia dell’Arsenale è legata alla storia della Repubblica
Veneziana. Chiuso da alte mura, è praticamente imperscrutabile ai
turisti e le finestre delle abitazioni che danno sull’Arsenale
sono state murate ai tempi della Repubblica, per non permettere ad
occhi curiosi di spiare le attività che vi si svolgevano.
Situato
nel sestriere di Castello, occupa una superficie pari a circa un
decimo di quella dell’intero centro storico della città.
Secondo
la tradizione, la costruzione dell’Arsenale fu iniziata dal doge
Ordelao Falier nel 1104, ma le prime fonti documentarie che possono
essere riferite con certezza al complesso cantieristico di Castello
sono successive al 1220.
Le
“arsene” erano quei “squeri” che costruivano imbarcazioni
con il denaro pubblico, e il più importante era quello in località
Terranova, vicino a P.zza S. Marco, dove ora ci sono i Giardini di
Palazzo Reale, ma venne chiuso nel 1341, e l’”Arsenale” di
Castello divenne il
principale cantiere pubblico della città.
Ampliatosi
nel corso dei secoli, era praticamente una cittadella
autosufficiente e funzionale.
All’interno,
non solo si costruivano le galeazze, ma venivano lì interamente
armate. Nelle corderie di fabbricavano le funi necessarie ai velieri
e le vele; persino le gallette venivano preparate all’interno
dell’Arsenale. Nel rio de la Tana arrivavano le navi che
scaricavano la canapa, che serviva per fabbricare le gomene e le
altre funi con cui venivano armate le navi commerciali e da
combattimento. Tutti i cavi da navigazione potevano essere costruiti
solo nelle corderie.
Ma
leggende si narrano sui leoni che vegliano sull’entrata principale
dell’Arsenale. Si dice che nel novembre del 1719, dopo due giorni
di burrasca, vicino al portale dell’arsenale si trovarono i corpi
dilaniati di due marinai. Dopo circa sei giorni fu trovato il corpo
di Jacopo Zanchi, un veneziano che viveva di espedienti e che viveva
con la moglie poco distante dall’Arsenale, orribilmente mutilato.
Il capitano della Marina della Repubblica, Enrico Giustiniani, fece
per notti la guardia davanti all’entrata dell’Arsenale finché,
in una notte di tempesta, un arco di fuoco si materializzò e
comparve un vecchio davanti al leone seduto che prese vita, e si
avventò contro due donne che arrivavano sulla piazzetta. Altri
fulmini si scatenarono dal cielo, colpendo i leoni di pietra che man
mano prendevano vita. Giustiniani sguainò la spada, la conficcò
nel petto del vecchio, ed un urlo immane si levò nell’aria ed i
leoni tornarono nella loro immobilità di pietra. Una delle due
donne era ormai morta, l’altra aveva perso il senno; del vecchio,
scomparso nel nulla, non restò che un cuore di pietra.
Questa
è una delle tante leggende che si raccontano per calli e campielli
di Venezia.
Nella
visita all’interno dell’Arsenale, ho riportato il ricordo delle
“tese” i grandi capannoni nei quali venivano costruite le
imbarcazioni, alcune ristrutturate, le più quasi in rovina, che
conservano però le tracce, quasi il respiro, della fatica degli
uomini che nei secoli hanno lavorato e vissuto, gli squeri acquei
delle Gagiandre, ristrutturati ed utilizzati per spettacoli.
Si
dice che l’Arsenale diventerà un museo della Marina. C’è un
vecchio natante, un sottomarino grigio, scuro, forse i primi reperti
del futuro museo.
I
bacini di carenaggio vengono ancora usati per sistemare navi e
vaporetti.
Il
battello ci ha portato all’interno delle darsene, ma anche a
costeggiare la riva della laguna, scoprendo passaggi quasi
sconosciuti: la passerella che dalle darsene porta a S. Francesco
della Vigna, le case che un tempo erano abitate dai palombari, le
serrande che chiudono i bacini di carenaggio, le torri e le case che
racchiudono le pompe per svuotare e riempire i bacini.
E’
una Venezia insolita, quella visitata, che merita di esser vista.
Ierina
Dabalà
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