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IL GIARDINO DI DONATA

Era un giorno di marzo, il 20 marzo, per la precisione, e la primavera  faceva a gomitate con gli ultimi geli per comparire; le bandiere della pace avevano inondato le città e sventolavano dai balconi quasi a chiamare la nuova stagione, e lei, come faceva fin dai primi tepori, era andata a sorbire il primo caffè della mattina nel suo giardino ben curato, godendo dell’aria fresca e guardando le perle che la rugiada notturna aveva deposto sull’erba. Si era quindi seduta in punta di sedia a fumare una sigaretta poi, rientrata in casa, aveva cominciato a dedicarsi alle innumerevoli incombenze della giornata.

Era piccola Donata, ed esile, e da quando aveva deciso di non tingerseli più, i suoi capelli avevano acquistato un colore incerto, quasi acciaio, il volto segnato da rughe impertinenti che non toglievano niente alla regolarità dei lineamenti ma, al contrario, accentuavano il suo sguardo vivace.

Ogni tanto si trovava a pensare a certe sue amiche che, raggiunta “una certa età”, s’erano come ripiegate in loro stesse, a vivere solo di riflesso la vita dei figli ormai cresciuti, a badare a nipotini con notevole cura ma scarso entusiasmo, quasi un ulteriore onere nella loro divenire, mentre per lei ogni momento era importante, come se tutta la sua vita fosse pervasa da una lieve magia.

Ma quella mattina la radio le aveva dato la temuta notizia: durante la notte gli Usa avevano attaccato l’Iraq, e le magie che le giornate le portavano forse non sarebbero arrivate.

Sul tardi aveva telefonato a Nina: “Che si fa?”

“Come avevamo deciso, alle 18 in piazza”

Aveva preparato il pranzo per le nipoti che venivano da lei, al ritorno da scuola, vivace uragano di voci e risate, ed aveva anche predisposto la cena poi, in attesa di andare alla manifestazione, era tornata in giardino.

Alla base della siepe erano spuntate le viole e il prato era costellato di primule, sui rami le gemme erano turgide della nuova vita che stava nuovamente nascendo e le forsizie avevano già dischiuso le loro solari corolle.

Si mise in grembo un sacchetto di gomitoli e, al tiepido sole, riprese a lavorare all’uncinetto coccarde con i colori dell’arcobaleno, ma era già quasi ora di uscire, così tornò in casa, si vestì di nero, e si incamminò a passo spedito verso la piazza.

La gente stava affluendo dalle varie vie. Non folle oceaniche, niente di simile in quella piccola città di provincia, ma a gruppetti, con le bandiere sventolanti sulle spalle, qualche cartello, un furgoncino con la musica.

Donata si avviò verso il grande striscione nero; “Fuori la guerra dalla storia”, c’era scritto, ed abbracciò le altre donne vestite di nero, come lei, un segno di lutto per la guerra, per ogni guerra, ma quel giorno il loro esserci aveva un ulteriore significato.

I ragazzini arrivarono in branco, ridenti, colorati, come se stessero andando ad una festa, gridando il loro sdegno per l’attacco e le donne li guardarono divertite, gli occhi appena coperti da una lieve malinconia, in fondo ai loro cuori una domanda, sempre la stessa: “Quanti bambini, quanti ragazzini come quelli stavano morendo sotto le bombe, in quel momento?”

Tornò a casa un po’ più tardi del solito e, dopo cena, trascorse la serata rigovernando in cucina e ascoltando le notizie che la TV trasmetteva.

Poi ci furono giorni delle piogge insistenti ma, come ogni venerdì, continuò a scendere in piazza, dietro lo striscione, in silenzio, intanto i narcisi facevano capolino in giardino.

Donata strappava con cura le erbacce invadenti, potava le siepi, covava con gli occhi il primo bocciolo di rosa che si dischiuse donando al giardino un tocco di profumo ed un nuovo colore, ed una domenica Giovanna, la più piccola delle sue figlie, le disse che aspettava un bambino, il suo primo figlio, lo disse a tavola, suscitando un generale coro di auguri e congratulazioni.

Quel giorno erano tutti a casa sua, faceva già caldo, e lei aveva preparato per pranzo delle linguine con rucola, pomodorini e gamberetti, il pesce spada cotto su un letto di  lattuga romana, e per finire la sua fantastica crostata alla frutta.

Era andata presto al mercato, il giorno prima, per scegliere la frutta e le verdure più fresche, ed ora guardava soddisfatta la numerosa famiglia intorno al tavolo, allegra, ciarliera, confusionaria.

Le nipoti più grandi s’erano già messe in un angolo a confabulare, a 12 anni ci sono tanti segreti da confidarsi, e gli altri due, Chiara e Jacopo, ancora piccini, si contendevano i giocattoli litigando, ma per scherzo, poi corsero in giardino e si sentiva anche dalla sala il loro vociare divertito, mentre si spingevano a turno sull’altalena.

E così la famiglia stava ancora crescendo. Guardò Giovanna e la rivide bambina, sull’altalena appesa al robusto ramo di fico, proprio lo stesso dove stava quella su cui si dondolavano i due bambini, i suoi capelli scuri che, proprio come ora, le ricadevano perennemente sulla fronte, poi ci fu un po’ di trambusto quando Jacopo scivolò sulla ghiaia e si sbucciò il ginocchio… quante ginocchia aveva curato Donata, soffiandoci su mentre passava il disinfettante!

La guerra era finita, la statua del dittatore era stata abbattuta e qualcuno si era premurato di inviare soldati italiani in Iraq.

Le donne vestite di nero avevano scritto un volantino di protesta da distribuire durante il loro presidio ma, si sa, le voci della ragione non arrivano mai a chi governa, ma loro avevano continuato imperterrite nel loro lutto, tutti i venerdì, nelle varie piazze della città.

A luglio Siria, la bastardina di casa, diede alla luce quattro cuccioli, frutto di qualche scriteriata evasione dal cancello, ma erano uno più bello dell’altro e bastò solo spargere la voce in giro, e i “pretendenti” arrivarono numerosi, presentando adeguate credenziali di amore verso gli animali, e formulando solenni giuramenti di non abbandonarli in nessun caso, intanto i fichi stavano maturando ed erano fioriti gli ibischi.

Una mattina Giulia telefonò a Donata: “Ho bisogno di una casa per Tania, solo per un po’, finché non si trova una sistemazione definitiva”.

“La stanza delle ragazze è libera, portala pure qui”

E così arrivarono Giulia e Tania, la prima col suo seno enorme, e quest’ultima con un pancione che non finiva più, forse l’ottavo mese di gravidanza, pensò Donata, che ormai ci aveva fatto l’occhio sui pancioni.

Aveva messo sul letto le lenzuola fresche di bucato e un copriletto a fiori.

“Suo marito si è nascosto, non aveva il permesso di soggiorno, ma Tania è in regola” disse Giulia.

Era giovane, piccola, bionda, esile, pallida, un robino da niente, a parte il gran pancione, e Donata provò per lei una profonda tenerezza. Era venuta in Italia come badante poi, quando il marito l’aveva raggiunta, passando di nascosto la frontiera, aveva sperato di trovar qui la sua casa, di costruire la sua nuova esistenza, ma lui non aveva trovato che lavori precari, saltuari, poi era stato identificato ed era sparito, nascosto da qualche amico, ed ora lei non riusciva più a pagare l’affitto di quel piccolo appartamento dove avevano vissuto, ed aveva paura per il futuro di quel bambino che stava arrivando, senza un tetto sulla testa, senza un padre, senza una terra da poter chiamare patria.

Fu messa nella stanza di Tania la culla che aveva ospitato i nipoti di Donata e ci fu una gara di solidarietà fra le donne. Qualcuna portava una tutina, qualcuna deliziosi bavaglini ricamati, e magliette, e babbucce, e pannolini… quanti pannolini servono, prima che un bambino diventi grande!

Tania si accarezzava il ventre seduta sulla sedia in giardino, e guardava i grappoli di uva fragola che andavano prendendo colore poi una sera cominciarono le doglie.

“Presto” diceva Donata al marito “presto, all’ospedale”.

Le era presa quell’ansia felice come quando avevano partorito le sue figlie, e mentre la ragazza era nell’altra stanza telefonò alle amiche.

Erano in cinque fuori dalla sala parto a tifare per Tania, cinque nonne, alcune con i capelli bianchi, altre con i capelli neri, o biondi, o castani, tutte ansiose, e l’infermiera esitò quando uscì tenendo un fagottino rosa fra le braccia…

“Chi sono i parenti?”

Le donne si guardarono e scoppiarono a ridere… “Tutte siamo parenti!”

Rimase ancora un mese Tania, con la piccola Svetlana, a casa di Donata, e l’aria sapeva di quell’odore particolare che hanno i bambini piccoli, fatto di latte, e talco, e cremine, poi avvenne la magia, una di quelle piccole magie che fanno le donne.

Qualcuna aveva bussato a mille porte, un’altra a mille usci, e trovarono un lavoro regolare per Voiko, e una casa per entrambi, e Tania se ne andò stringendosi al seno la bambina, le spalle circondate dal braccio del marito, un lieve rossore sulle sue pallide guance di adolescente.

Ormai il buio arrivava presto; le donne se ne stavano vestite di nero, dietro allo striscione nero, nella piazza illuminata, e la scritta bianca spiccava come un faro. La settimana prima erano morti i soldati italiani, altri giovani sacrificati agli interessi di pochi. Era trascorsa una settimana e loro chiedevano, col loro volantino, di esporre ancora le bandiere della pace, un piccolo segno di volontà di pace, un grido in cerca del futuro, di una speranza di pace.

Giovanna arrivò spingendo in avanti il suo ventre tondetto e si buttò al collo della madre: “Si è mosso, mamma, si è mosso, oggi l’ho sentito muoversi!”

Le donne, tutte, le si fecero intorno e l’abbracciarono. C’erano la bella Luciana, la piccola Nina, la tettuta Giulia, la compassata Susanna, la paziente Lucia, la sorridente Gianna, l’arguta Margherita, e su tutte spiccava Nuccia, la più alta.

L’uva fragola era stata colta, le foglie s’andavano staccando ad una ad una, stendendo un tappeto sul giardino di Donata, ma lei usciva ancora fuori la mattina presto, avvolta nella pesante vestaglia, a bere il primo caffè ed a fumare la prima sigaretta. Già la brina cominciava a tessere ghirigori di cristallo sulle ragnatele.

Le formiche si erano rincantucciate da qualche parte, ma l’abete sapeva che lo aspettava un momento di gloria.

Un pomeriggio, ai primi di dicembre, Donata uscì in giardino con una grande scatola fra le braccia, seguita dai nipoti, ed assieme cominciarono a tirarne fuori un lungo filo verde interrotto da una infinità di palline colorate, ed iniziarono a decorare l’albero, che pareva ringalluzzirsi sotto la nuova veste.

I bambini ridevano e si spintonavano, e già chiedevano doni a Babbo Natale, mentre le due più grandi si facevano l’occhiolino, con una cert’aria di sufficienza. Loro, le grandi, avevano ben altri segreti, altro che quelle cose da bambini!

Ci fu una spruzzatina di neve, roba da poco, e l’albero si pavoneggiava sotto le sue belle luci, poi fu la volta della casa a subire dei mutamenti.

Ghirlande verdi, piene di fiocchi colorati circondarono le porte, ed una piccola stalla trovò spazio in un angolo della stanza; pastori ed armenti erano fermi, in attesa di una piccola magia.

Il tacchino era sul tavolo, bello, rosato, tondeggiante. Le castagne erano in una ciotola, in un’altra stavano macerando le prugne, in un’altra ancora venivano impastati carne trita e salsiccia. Il tutto stava per riempire il povero tacchino ormai spiumato.

Il brodo di cappone sobolliva lento e il frullatore faceva montare la maionese.

Donata aveva un grembiulone legato in vita, le maniche della maglia arrotolate fino al gomito e si muoveva rapida per la cucina, quasi una danza a quattro, fra lei e le figlie.

Arrivarono anche le nipoti a dare una mano, e i piccoli si nascosero sotto il tavolo, sperando di rubacchiare qualcosa.

I mariti erano da qualche parte, a far altro. Non avevano accesso a quell’antro di streghe, intente alle loro alchimie.

Era Natale, e anche quell’anno la nuova vita venne a rallegrare il Presepe, e i pastori cominciarono a suonare le zampogne, e gli angeli cantarono i loro osanna al cielo, e tutti si scambiarono doni.

Poi arrivò la neve. Era cominciata a scendere durante la notte, e alla mattina c’era il silenzio ovattato, rotto a tratti dallo sciacquettio delle auto che transitavano sulla strada. S’era posata sugli alberi e sui prati, ed aveva imbiancato i tetti delle case. La neve, regina dell’inverno, anche quell’anno aveva donato il suo manto, e Donata la guardava estasiata.

I bambini avevano costruito un enorme pupazzo di neve poi erano usciti nei prati ed avevano trovato qualche discesa invitante da affrontare col bob; erano tornati a casa infradiciati, ed erano finiti tutti in una vasca d’acqua fumante e profumata.

Il calicantus aveva rimesso i suoi fiori, ma le donne vestite di nero avevano pianto per quanto era successo in Spagna. Ancora una volta avevano urlato, col loro silenzio, la volontà di pace, altre donne si erano unite a loro.

Rispuntarono le viole, nel giardino di Donata, e le primule, e le foinsizie disegnarono nuvole d’oro nel verde tenue, e lei era tornata in giardino a bere il caffè della mattina, e a fumare la prima sigaretta, ma le acque del Nilo racchiuse nel ventre di Giovanna cominciarono ad inondare la valle feconda e Riccardo nacque il 20 marzo, un giorno di quasi primavera.

Ierina Dabalà

dall'ultimo numero di Marea

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