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Avevamo tutti un po’ paura,
indecisi fino all’ultimo se andare oppure no. E’ passato
un anno ma il ricordo è ancora intatto, in chi l’anno
scorso c’era e in chi non c’era, ma ha visto centinaia
di foto, filmati,
reportages.
Qualcuno aveva il ricordo dei lividi
lasciati l’anno scorso, qualcuno degli eritemi causati dai
gas, in tutti la paura… l’incubo… una frase, un unico
pensiero: “Non può essere vero, non è l’Italia, è il
Cile, è l’Argentina, non l’Italia”… ERA L’ITALIA.
Ma siamo partiti. Ci aspettavano in 30.000… eravamo
forse 100, forse 150 mila, forse di più; la guerra delle
cifre appare sempre più allucinante e falsa. Eravamo in
tanti, e così tanti non ci aspettavano. Chi si aspettava il
funerale del movimento ora deve fare i conti con la realtà….
Siamo in tanti a disobbedire, a dire NO grandi, pesanti.
Il pullman ci ha lasciati in Piazzale Kennedy…
l’anno scorso non ci siamo arrivati. Mi guardo intorno…
guardo il lungomare…; lì, saranno 200 metri, vedo la
collina, sopra c’era la caserma-non-so-cosa… Un
anno fa a quel punto siamo tornati indietro…. Era
impossibile andare avanti. Davanti i fumi dei lacrimogeni,
alle spalle una carica… a destra la caserma, con le
“forze dell’ordine” (quale ordine? Di chi?)
con i lacrimogeni pronti a sparare, e sul mare i
gommoni da sbarco e gli elicotteri, pronti a sparare…
lacrimogeni… spero. Ricordo che ho pensato che poteva
essere un massacro. Era il Cile, era l’Argentina, era il
Messico del ‘68; non era l’Italia… ed invece ERA L’ITALIA.
Ieri siamo scesi in Piazzale Kennedy… spazio vuoto,
pacifico; ci siamo sparpagliati per la città. Non era
possibile contarci. Andavamo per le piazze tematiche, ma
prima di tutto Piazza Alimonda. La vedo da lontano, la
chiesa; non riesco a non pensare a quel compagno che piange
per la morte di Carlo, e il poliziotto che gli urla che
l’ha ucciso lui, che gli ha tirato un sasso… non riesco
a non pensare alle mille menzogne. Valpreda è morto da
pochi giorni, sono andata al suo funerale…
CARLO E’ VIVO…. E sull’inferriata mille fiori,
mille pensieri, e sull’asfalto, nel punto dove Carlo è
caduto, un telo e altri fiori.
Carlo ha l’età di mia figlia, sono nati entrambi
nel marzo del ’78, a pochi giorni uno dall’altro. Una
mamma queste cose non le scorda. Vorrei abbracciare i suoi
genitori, grandi, dignitosi, ho pudore, non lo faccio, ma li
amo, sono con loro in ogni pensiero, in ogni emozione.
Poteva succedere ad ognuno di noi, poteva succedere a me.
Ore 17,27. Le sirene del porto… un silenzio immane,
un ragazzo è morto, nostro figlio è morto.
Sono morti tanti dei nostri figli! Intono “Morti di
Reggio Emilia”, ripreso da centinaia di voci… è la
nostra storia, di chi sa ancora dire NO.
Il corteo si snoda per le strade di Genova; i canti,
le grida… “Bella ciao” riconquista il suo valore, il
suo significato di Resistenza.
E per noi “vecchi”, riecheggia lo slogan del
maggio francese… “Ce n’est que un debut, continuon le combat”...
Entriamo nella “zona rossa”. Quest’anno ci
siamo entrati. I “grandi” non ci sono più, ora possiamo
entrarci… siamo tanti, siamo grandi!
Lo scroscio della fontana…
Siamo tanti, non ci aspettavano così in tanti.
Pensavano ad una commemorazione, magari un po’ patetica,
ed invece siamo qua con la nostra voglia di vivere, con la
nostra voglia di costruire un mondo diverso. Noi
abbiamo grandi sogni, e continuiamo a crederci.
Questa è Genova un anno dopo, questi siamo noi.
Ierina
Dabalà |