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GENOVA 2001

Ora ci provo a descrivere sabato a Genova, ci provo. Non potrei essere una buona giornalista, perché prima di raccontare, ho bisogno di digerire le cose.

Se avessi scritto domenica la mia sarebbe stata una descrizione che pareva giungere da un qualche paese dell'America Latina, con lo stesso orrore, la stessa rabbia, la stessa paura, ora tutto questo c'è ancora, mediato dalle riflessioni.

Siamo partiti in 4 pullman, scortati dalla digos... lungo l'autostrada ci siamo persi così abbiamo atteso quelli rimasti indietro, intanto vedevo passare colonne di pullman scortate dalle camiomette della polizia. Perché? C'era un qualche cosa di assurdo e incomprensibile.

Siamo arrivati, i pullman ci hanno lasciati all'uscita dell'autostrada ed abbiamo proseguito a piedi. Man mano che si avanzava le fila si ingrossavano. Tutto era bello, colorato. Le bandiere rosse di Rifondazione, quelle della FIOM di Brescia, poi i verdi, poi quelle arancio del Partito Umanista, quelle bianche delle ACLI. Si va avanti, ormai siamo in corteo, sotto un sole cocente, un corteo lento, spesso fermo.

Le notizie corrono sui cellulari, ci sono delle cariche, più avanti... poi i cellulari rimangono muti. Abbiamo imparato che i cellulari venivano oscurati, durante le cariche, ed era impossibile comunicare con gli amici in testa al corteo o con quelli rimasti indietro.

Io avrei voluto raggiungere le donne, per aggiungere alle loro, il mio pezzo di tela colorato, ma non è stato possibile. La prudenza mi ha fatta rimanere dentro il gruppo, il solo modo per sperare di essere in un qualche modo protetta.

Si cammina, piano, sotto il sole. Si formano dei cordoni lungo il corteo, sperando di tener fuori gli estranei, i facinorosi. In fondo ad una traversa scorgiamo un numero impressionante di poliziotti. Ho paura. Ma si va avanti. Su un pulmino un ragazzino sventola la bandiera anarchica, è magro, minuto, mi ricorda tanto Carlo, il ragazzo morto il giorno prima. Lui e i suoi amici sono belli, sereni, tranquilli. Sfilano con noi, in pace.

Siamo sorpassati da un gruppo francese. Portano vestiti dai colori strani, cantano, inneggiano alla pace, poi è la volta di un gruppo tedesco. Si distinguono dai colori, dall'abbigliamento un tantino diverso dal nostro, sono giovani; ridono, cantano, gridano slogan che non riesco a capire, ma stanno sorridendo.

Più avanti dalle case ci buttano l'acqua con i secchi, con i catini, con i bagnafiori, con le canne, e noi accogliamo quella doccia insperata con sollievo. Un uomo fa la spola con i secchi; è sfinito, si vede, ma noi chiediamo acqua, ancora acqua, e lui continua la sua fatica, anche se è madido di sudore.

Si arriva al lungo mare. Siamo tanti, un corteo che non procede, che non riesce a sfilare, che si rompe e si perde nelle notizie, ma si va avanti ugualmente. Si canta, si grida qualche slogan, intanto gli elicotteri ci sorvolano a bassa quota, appena sopra le case, col loro rombo sordo... chissà perché, ma mi viene in mente il Vietnam...

Si cammina, intanto dall'altra parte della strada tornano indietro persone strane, ben diverse da noi che componiamo il corteo. Sono vestiti di nero, hanno un'espressione diversa da noi. Dove vanno?

Dopo ore sotto il sole non si riesce più ad andare avanti, intanto ci sono voci che ci sono cariche anche alle nostre spalle. Di separarci, e prendere strade laterali, nemmeno a pensarci, lo sappiamo tutti che l'unica cosa che ci protegge è restare in gruppo. Davanti vediamo il fumo dei lacrimogeni, vicino, sempre più vicino. Cerchiamo di invertire la marcia, di tornare indietro, mentre il fumo si fa sempre più vicino e arrivano persone con la faccia sconvolta, gli occhi arrossati, qualche contuso.

Ci allontaniamo con le mani in alto. Non ho paura. Non si dovrebbero colpire persone che se ne vanno con le mani in alto, ma so che è possibile; dopo, in televisione, lo si vedrà bene che è possibile. Si ripercorre ancora tutto il lungo mare, arriviamo dove ci sono stati gli scontri. Ora la polizia non c'è più, non ci sono nemmeno quei tipi vestiti di nero. A testimonianza dell'accaduto c'è una pellicola strappata e buttata a terra. Forse aveva fotografato qualcosa che non doveva essere fotografato.

Ognuno di noi ha incontrato qualcuno, ha parlato con qualcuno.

Una ragazza di Vicenza piange disperata. E' rimasta da sola, i suoi compagni sono stati tutti portati via dalla polizia. C'è una donna, più anziana di me, ferita. Non mi sembra un tipo pericoloso, eppure è stata picchiata a sangue.

Il nostro gruppo è stato fortunato; per pochi metri non ci siamo trovati nelle cariche, per caso non eravamo più indietro, dove la polizia ha caricato.

Stanchi e bruciati dal sole raggiungiamo il pullman. Nessuno dormirà sulla strada del ritorno; troppa rabbia, troppa indignazione.

Poteva essere un massacro, ce ne rendiamo perfettamente conto.

Non voglio parlare di responsabilità, non è mio compito.

Ora ho la sensazione che sulla testa di tante persone pacifiche si sia giocata una brutta partita. Non so chi ha manovrato i fili, non so che scopo si prefiggessero. Si troveranno colpevoli, veri o finti, si inventeranno fiabe che fra 20 anni saranno smascherate. E' una storia che conosciamo bene.

Ierina Dabalà

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