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Ora
ci provo a descrivere sabato a Genova, ci provo. Non potrei
essere una buona giornalista, perché prima di raccontare,
ho bisogno di digerire le cose.
Se
avessi scritto domenica la mia sarebbe stata una descrizione
che pareva giungere da un qualche paese dell'America Latina,
con lo stesso orrore, la stessa rabbia, la stessa paura, ora
tutto questo c'è ancora, mediato dalle riflessioni.
Siamo
partiti in 4 pullman, scortati dalla digos... lungo
l'autostrada ci siamo persi così abbiamo atteso quelli
rimasti indietro, intanto vedevo passare colonne di pullman
scortate dalle camiomette della polizia. Perché? C'era un qualche cosa di
assurdo e incomprensibile.
Siamo
arrivati, i pullman ci hanno lasciati all'uscita
dell'autostrada ed abbiamo proseguito a piedi. Man mano che
si avanzava le fila si ingrossavano. Tutto era bello,
colorato. Le bandiere rosse di Rifondazione, quelle della
FIOM di Brescia, poi i verdi, poi quelle arancio del Partito
Umanista, quelle bianche delle ACLI. Si va avanti, ormai
siamo in corteo, sotto un sole cocente, un corteo lento,
spesso fermo.
Le
notizie corrono sui cellulari, ci sono delle cariche, più
avanti... poi i cellulari rimangono muti. Abbiamo imparato
che i cellulari venivano oscurati, durante le cariche, ed
era impossibile comunicare con gli amici in testa al corteo
o con quelli rimasti indietro.
Io
avrei voluto raggiungere le donne, per aggiungere alle loro,
il mio pezzo di tela colorato, ma non è stato possibile. La
prudenza mi ha fatta rimanere dentro il gruppo, il solo modo
per sperare di essere in un qualche modo protetta.
Si
cammina, piano, sotto il sole. Si formano dei cordoni lungo
il corteo, sperando di tener fuori gli estranei, i
facinorosi. In fondo ad una traversa scorgiamo un numero
impressionante di poliziotti. Ho paura. Ma si va avanti. Su
un pulmino un ragazzino sventola la bandiera anarchica, è
magro, minuto, mi ricorda tanto Carlo, il ragazzo morto il
giorno prima. Lui e i suoi amici sono belli, sereni,
tranquilli. Sfilano con noi, in pace.
Siamo
sorpassati da un gruppo francese. Portano vestiti dai colori
strani, cantano, inneggiano alla pace, poi è la volta di un
gruppo tedesco. Si distinguono dai colori,
dall'abbigliamento un tantino diverso dal nostro, sono
giovani; ridono, cantano, gridano slogan che non riesco a
capire, ma stanno sorridendo.
Più
avanti dalle case ci buttano l'acqua con i secchi, con i
catini, con i bagnafiori, con le canne, e noi accogliamo
quella doccia insperata con sollievo. Un uomo fa la spola
con i secchi; è sfinito, si vede, ma noi chiediamo acqua,
ancora acqua, e lui continua la sua fatica, anche se è
madido di sudore.
Si
arriva al lungo mare. Siamo tanti, un corteo che non
procede, che non riesce a sfilare, che si rompe e si perde
nelle notizie, ma si va avanti ugualmente. Si canta, si
grida qualche slogan, intanto gli elicotteri ci sorvolano a
bassa quota, appena sopra le case, col loro rombo sordo...
chissà perché, ma mi viene in mente il Vietnam...
Si
cammina, intanto dall'altra parte della strada tornano
indietro persone strane, ben diverse da noi che componiamo
il corteo. Sono vestiti di nero, hanno un'espressione
diversa da noi. Dove vanno?
Dopo
ore sotto il sole non si riesce più ad andare avanti,
intanto ci sono voci che ci sono cariche anche alle nostre
spalle. Di separarci, e prendere strade laterali, nemmeno
a pensarci, lo sappiamo tutti che l'unica cosa che ci
protegge è restare in gruppo. Davanti vediamo il fumo dei
lacrimogeni, vicino, sempre più vicino. Cerchiamo di
invertire la marcia, di tornare indietro, mentre il fumo si
fa sempre più vicino e arrivano persone con la faccia
sconvolta, gli occhi arrossati, qualche contuso.
Ci
allontaniamo con le mani in alto. Non ho paura. Non si
dovrebbero colpire persone che se ne vanno con le mani in
alto, ma so che è possibile; dopo, in televisione, lo si
vedrà bene che è possibile. Si ripercorre ancora tutto il
lungo mare, arriviamo dove ci sono stati gli scontri. Ora la
polizia non c'è più, non ci sono nemmeno quei tipi vestiti
di nero. A testimonianza dell'accaduto c'è una pellicola
strappata e buttata a terra. Forse aveva fotografato
qualcosa che non doveva essere fotografato.
Ognuno
di noi ha incontrato qualcuno, ha parlato con qualcuno.
Una
ragazza di Vicenza piange disperata. E' rimasta da sola, i
suoi compagni sono stati tutti portati via dalla polizia. C'è
una donna, più anziana di me, ferita. Non mi sembra un tipo
pericoloso, eppure è stata picchiata a sangue.
Il
nostro gruppo è stato fortunato; per pochi metri non ci
siamo trovati nelle cariche, per caso non eravamo più
indietro, dove la polizia ha caricato.
Stanchi
e bruciati dal sole raggiungiamo il pullman. Nessuno dormirà
sulla strada del ritorno; troppa rabbia, troppa
indignazione.
Poteva
essere un massacro, ce ne rendiamo perfettamente conto.
Non
voglio parlare di responsabilità, non è mio compito.
Ora ho la sensazione che sulla testa di tante persone pacifiche si sia
giocata una brutta partita. Non so chi ha manovrato i fili,
non so che scopo si prefiggessero. Si troveranno colpevoli,
veri o finti, si inventeranno fiabe che fra 20 anni saranno
smascherate. E' una storia che conosciamo bene.
Ierina
Dabalà |