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MIO
FIGLIO
(di
Ierina Dabalà)
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L’ho
amato da subito. Forse solo una madre sa cosa significhi amare un
figlio fin dal primo guizzo di vita. Te lo senti nel ventre, nel cuore, nello spirito; un amore che non si può
raccontare, si può solo provare.
Per 9 mesi ho pregato il cielo perché fosse un
maschio. E’ così difficile la vita per le donne, ed io non volevo
per lui le difficoltà della vita.
Per lui volevo solo la vita, la gioia, il sorriso.
Ho pregato a lungo, e quando lo sentivo muoversi
lieve dentro di me ho pregato ancora più intensamente. Vedevo i
suoi guizzi nella mia pancia e già sapevo la sua esuberanza, la sua
vitalità; avrei voluto piangere di gioia. Pregavo e speravo, e
quando il mio ventre si è aperto in acqua e sangue ho urlato di
gioia e di dolore, poi l’ho visto.
Era bello, era perfetto, era un maschio.
Me lo sono attaccato al seno e lui si nutriva di me
accarezzandomi con le sue manine lievi mentre io guardavo i suoi
occhi scuri come la notte, colmi di tutte le stelle del firmamento.
E’ cresciuto forte, birbante, pieno di gioia di
vivere, di irruenza.
Com’è bello l’unico figlio che il cielo mi ha
donato!
Assieme abbiamo combattuto contro la dissenteria,
contro i vermi, contro le febbri assassine di bambini ma abbiamo
vinto, e lui ha imparato a camminare spedito, e la sua voce mi canta
canzoni d’amore.
E’ bello come un cielo sereno, forte come la tigre,
gioioso come una poesia d’amore.
Mi piace accarezzargli i capelli ricciolini, mi
inebrio a guardare le sue corse dietro alle capre, ad un pallone
fatto di stracci, ad ascoltare la sua voce che ride nel gioco, che
mormora piano quando il sonno lo coglie.
-
Raccontami una storia, mamma.
Ed io gli racconto dei nostri padri, delle nostre
genti.
Lo amo, è la mia vita, il mio sogno, il futuro che
io non avrò mai. E’ mio figlio.
E’ un idillio amoroso che non avrà mai fine.
Quando sarò vecchia sarà lui ad accarezzarmi i capelli incanutiti,
sarà lui a portarmi il riso e l’acqua nella ciotola e mi condurrà
i suoi figli perché io ancora racconti le storie dei nostri padri,
delle nostre genti.
Ora ha 7 anni, è un monello dal corpo esile e
scattante; corre a perdifiato lungo i sentieri polverosi, mi aiuta a
portare l’acqua alla tenda, si accapiglia con gli altri bambini,
lo amo ogni giorno di più.
Un boato sordo, laggiù… le urla delle donne, gli
uomini corrono verso un punto lontano. Io mi infilo la burka ed esco
dalla tenda. Non so cosa sia successo, mi chiamano a gran voce…
corro senza far rumore… lo stanno portando su una barella
improvvisata mentre il sangue scorre a fiotti.
Qua sotto mi copro la bocca per non urlare, poi le
mani salgono verso i capelli e le lacrime mi inondano il volto.
Il mio bambino, il mio tesoro…. Oh, cielo crudele,
cosa hai fatto?
Ha gli occhi chiusi, forse non sta soffrendo, ma vedo
il suo corpo perfetto dilaniato dalla mina. Mio figlio, il mio
tesoro, la mia gioia sulla terra, la mia speranza….
Non so cosa succede, tutto corre veloce, oltre il mio
immaginabile, e dopo sono in quella stanza d’ospedale, lui sta
ancora dormendo mentre io gli scosto i capelli appiccicati sul
volto.
E’ pallido, è bello.
Apre gli occhi….
-
Mamma – mormora…
-
Sono qua, tesoro mio, vicino a te.
Mio figlio non correrà più dietro le capre, non
giocherà più con un pallone di stracci. Mio figlio ha ora un
moncherino coperto da bende al posto di una gamba. Mio figlio non è
più così incommensurabilmente perfetto come io lo avevo fatto.
Oh, cielo crudele, cosa hai fatto a mio figlio? Ti ho
pregato tanto e così mi ripaghi?
Perché tua è la colpa, e dell’insondabile
destino. Non poteva l’uomo essere così perfetto come mio figlio?
Non poteva avere la gioia di vivere, anziché essere animale da
guerra?
Negli occhi scuri di mio figlio non brillano più
tutte le stelle del firmamento. Mi guarda annegato di lacrime.
-
Mamma….
-
Sono qua, tesoro mio, vicino a te.
-
Mamma… perché?
-
Non lo so….
E’ terribile non avere risposte ai perché di mio
figlio. Perché tutto questo orrore? Perché la guerra? Perché la
violenza, e le mine, e la morte, e la crudeltà, e la cattiveria…
Vorrei chinare le spalle al destino e coprirmi tutta
sotto il sudario di morte, ma l’urlo mi rantola in gola.
-
Perché, perché, perché?
-
Dammi la mano, mamma, non lasciarmi da solo.
-
Non sarai mai solo, tesoro mio!
Gli hanno attaccato una protesi da bambino, una gamba
finta che mascheri la sua mutilazione ma non potrà più correre
dietro alle capre e non giocherà con un pallone di stracci.
Le montagne intorno sono sempre le stesse e la tenda
è sempre più fredda e polverosa.
Lo copro con il vello di montone perché non senta il
freddo, lo guardo mentre dorme e mi si spezza il cuore.
Mio figlio, il mio bambino dagli occhi pieni di
stelle e dai capelli ricciolini non correrà più.
E’ la guerra – dicono – ma per me è solo la
follia degli uomini.
Ierina
Dabalà |