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Ecco, ci siamo, è ancora l’8 marzo, ma
allora non lo sapevo.
Mia madre mi viene a svegliare.
- Ciao, piccola donna, è l’8 marzo.
Mi stiracchio, pigra, fra gli odori di
corpi di donna che ristagnano ancora nel lettone che ci
accoglie ospitale, che riscalda i miei sogni infantili. La
zia s'è gia alzata, della nonna sento l’acciottolio in
cucina. E’ l’8 marzo, ma cos’è?
Mi alzo, pigra, sbadiglio, mi gratto il
pancino e vado ad affogare una fetta di pane nel caffellatte
tiepido.
Non so niente, non sono che una piccola
donna, non mi chiedo nulla, assaporo soltanto la fetta di
pane imburrata, il dolce aromatico della marmellata.
E’ un nuovo giorno.
Mamma mi veste a festa, un fiocco fra i
capelli; insieme usciamo nell’aria di quasi primavera.
Non c’è niente di diverso nella calle,
non c’è nemmeno nulla di diverso in via Garibaldi, e i
pescivendoli, laggiù in fondo, vendono i soliti scampi, le
solite schie che si abbarbicano alla cesta senza troppe
speranze di sopravvivenza.
La
frutta e le verdure hanno il loro
aspetto abituale e nessun bimbo svezzato a Venezia potrebbe
immaginare che sono cresciuti su un albero, su un arbusto.
Il viola delle melanzane contrasta con il giallo sgargiante
dei peperoni, alchimie di colori, di profumi, di aromi,
scollegati dal mondo che si svolge oltre il ponte.
Oltre il ponte è campagna, qui è in
città! Solo il veneziano sa distinguere la differenza!
Io vado, la mano rinchiusa in quella di
mia madre, e non so nemmeno dove sto andando.
Lei mi porta dove sono già stata, in
vecchie stanze polverose dove gli uomini discutono, ma oggi
c’è un odore nuovo, fra quelle mura.
La mimosa gialla e profumata fa da
padrona, e cancella d’un colpo le foto appese alle pareti
dietro vetuste cornici.
La mimosa, il suo profumo intenso, le
donne vocianti, il fascio dei giornali.
Le donne. Non so più i loro nomi, solo
di Wanda dai lungi denti, mi ricordo, ma c’era anche
quella con la treccia arrotolata attorno alla testa, e l’altra,
dagli occhiali spessi, e quella con il grembiule, e
l’altra ancora, con il nero scialle sfrangiato sulle
spalle.
Si esce, i giornali portati sul braccio,
la mimosa nel cesto, noi bambini che trotterelliamo vicino
alle nostre mamme: su e giù per le scale, portandoci
appresso l’odore forte della mimosa.
- Buon giorno, signora, auguri!
Mia madre sorride, Wanda sorride! Offrono
un mazzolino di mimosa e "Noi donne". Son
cresciuta sfogliandolo, leggendo quelle pagine, ma allora
non ci capivo granché.
- Andate a fare la calza! – urla una
donna, e mia madre e Wanda sorridono con una cert’aria di
sufficienza.
Perché mai dovrebbero andare a fare la
calza, proprio oggi che sono così belle, così sorridenti!
Ci sono tutti i giorni dell’anno per fare la calza, per
intrecciare i fili della trama e dell’ordito, per infilare
le perle, ma oggi è un giorno di festa, e me ne accorgo
anch’io, con il fiuto infallibile dei bambini!
Di calle in calle, di porta in porta, il
fascio dei giornali si assottiglia, il cesto di mimosa si va
svuotando e dopo, al pomeriggio, le donne sono ancora nella
Sezione che conserva il profumo dei fiori, sotto il fumoso
ritratto di Gramsci.
Si brinda, qualcuna inizia un discorso.
Mia madre mi issa sulla scrivania ed io recito una poesiola
di saluto, un invito alla pace, mentre le gote si fanno di
brace.
Applausi, sorrisi; le donne sono più
belle del solito.
E’ l’8 marzo, è un giorno di festa!
Dolce fanciulla dagli occhi di cielo, hai
avuto premura, sei arrivata con due giorni di anticipo, ma
quel giorno la nostra stanza d’ospedale si è riempita di
mimosa. Era l’8 marzo.
Un giorno racconterai a tua figlia la
storia, le nostre storie.
Un altro 8 marzo arriva, un altro giorno
di festa, un altro giorno per non dimenticare, per
continuare la strada.
Auguri a
tutte, ciao
8
marzo 2004 - le foto
Ierina
Dabalà
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