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PER CARLO GIULIANI
Io
non so niente di te
ma assomigli ai miei figli
e
come loro
avevi
mani piccole, non avvezze al lavoro
e
sguardo di bimbo.
E’
successo a te,
ma
potevano essere loro,
per
questo non posso che coprirmi
la
bocca per far tacere l’urlo.
Ti
vedo, come è partito il mio piccolo,
lo
zaino in spalla,
un
ciao spaventato,
ma
doveva andare.
L’ha
imparato da me,
che
potevo dirgli?
Avevo
paura per lui,
quella
che non ho per me.
Ma
doveva andare.
Figlio,
figlio mio,
ragazzino
che dice no,
orgoglio
della mia dignità,
paura,
amore del ventre,
figlio,
ragazzetto scamiciato,
non
crescerai,
non
sarai mai uomo;
fermato
sull’asfalto
col
volto insanguinato,
figlio
del ventre,
bambino
amato,
potevi
essere quel mio figlietto
partito
una mattina
con
lo zaino in spalla,
uno
stentato sorriso,
e
che al ritorno ha stilato
pagine
di sangue,
urlo
e liberazione
di
orrori e paure.
Non
ti sei stupito,
sapevi
che poteva succedere,
lo
sapevo anch’io.
Bambino,
bambino mio,
vorrei
cullarti ancora una volta,
consolarti,
ridarti il sorriso.
Stringo
i denti e vado avanti,
per
te, per tutti i ragazzetti
belli come te.
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