torna all'elenco                                                                                                    Home

 

I DIARI DELLA MOTOCICLETTA

 

I rossi tramonti, i grigi delle nebbie sul fiume, i paesaggi montani, fanno da cornice al viaggio che porta Ernesto e Alberto in giro per l’America Latina sulla “Poderosa”, la famosa moto che ha aperto loro le strade del grande continente ma che, ben presto, mostra tutta la sua vetustà, lasciando i suoi pezzi lungo le strade d’America.

Partiti, come fanno i ragazzi (Alberto ha 29 anni ed Ernesto 23), con un itinerario prestabilito, sulla carta, ma senza davvero sapere cosa incontreranno sul loro cammino, scoprono ben presto le contraddizioni della società che li circonda: la miseria dei contadini, lo sfruttamento dei minatori; l’incontro con uno di essi, in particolare, un “comunista”, farà scrivere al giovane Ernesto queste parole sul suo diario: “E’ davvero penoso che si prendano misure repressive contro persone come queste…”

Il viaggio continua, ed ecco i due amici a Machu Pichu. Rimangono stupiti di fronte alla maestosità delle rovine, si confrontano con la cultura dei Maia, si chiedono come sarebbe stata l’America se non fossero arrivati i colonizzatori.

La fatica del viaggio a volte strema i due amici e capita anche che Ernesto abbia le sue terribili crisi d’asma che lo lasciano prostrato, senza fiato.

A Lima incontrato il dottor Pesce, che li ospiterà e nutrirà per qualche giorno e, rinvigoriti, partono verso il lebbrosario di San Pablo, in mezzo alla foresta amazzonica, ma prima di partire Ernesto dice, sinceramente, al dottore, cosa ne pensa del libro che il medico ha scritto e gli ha fatto leggere, un giudizio non certo positivo, malgrado le gomitate che Alberto gli rifila, cercando di fargli edulcorare il giudizio.

Ma anche in altri momenti del film viene messa in evidenza l’assoluta “limpidezza” di quello che sarà il futuro “Che”.

Le scene del lebbrosario forse sono le più commoventi, la dolcezza di Alberto, ma soprattutto di Ernesto, il dolore per quegli ammalati relegati dall’altra parte del Rio delle Amazzoni, per quel marchio che segna la loro carne quasi come un’infamia.

Al lebbrosario Ernesto compie 24 anni, ma è tempo di lasciare quel luogo, e i due amici partono su una zattera costruita dai lebbrosi, la “Mambo-Tango”, un nome che è una sottile ironia per sottolineare l’inettitudine del ragazzo nel… ballo.

Alberto decide di fermarsi per un po’ di tempo in Venezuela, dove ha trovato un lavoro, mentre Ernesto torna in Argentina, dalla sua famiglia, agli studi che aveva lasciato.

E’ ancora un ragazzo, dall’aria adolescente, quell’aria che non perderà mai… ma, come dice una canzone di Guccini “Gli eroi son tutti giovani e belli”.

Partiti con l’incoscienza dei ragazzi, questo viaggio ha  cambiato la vita di entrambi e forse, senza quest’esperienza, Ernesto non avrebbe maturato la sua coscienza politica, forse non sarebbe diventato il “Che Guevara”.

Scrive nel diario del viaggio “Starò dalla parte del popolo e so, perché lo vedo impresso nella notte, che io, l’eclettico sezionatore di dottrine e psicanalisi dei dogmi, assalterò barricate e trincee urlando come un ossesso…”. Quasi una premonizione.

Dolce, commovente, coinvolgente, il film si chiude con le foto scattate in quel periodo.

Ierina Dabalà

  Torna all'elenco