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Prenotando
con molto anticipo, sono riuscita ad avere i posti in
seconda fila, ben fatto, visto il gran pienone il 4 aprile
al teatro di Varese, per lo spettacolo di Sabina Guzzanti
“Reperto Raiot”.
Alle
20,30 già parenti e amici mi telefonano non vedendomi
arrivare; ho dimenticato il cellulare a casa, ma accolgono
con sospiri liberatori la mia presenza davanti al teatro,
dove distribuisco “pani e pesci”, pardon… i biglietti.
Teatro
stracolmo, come ho già detto; strano, in questa città
tanto tiepida alle emozioni.
Si
attende pazientemente l’inizio dello spettacolo fra saluti
che si rincorrono: Margherita in prima fila, Donata in
quinta, Giulia un po’ più su; Walter girovaga ancora fra
le poltroncine mentre Giuseppe, l’organizzatore della
serata, ha un sorrisetto beato sulle labbra e mi congratulo
con lui.
Primi
applausi di invito ad iniziare, si abbassano le luci,
salgono sul palco i due musicisti, tastiera e percussioni
poi, accolta da battimani scroscianti, arriva Sabina
Guzzanti, con indosso un abito del “futuro”, di quel
futuro che seguirà l’era “berlusconiana”
Ci
conduce a visitare il museo della “Resistenza” dove, in
ogni stanza, è conservato un momento della grande lotta di
“liberazione” dal governo Berlusconi, a cominciare da
quel “resistere, resistere, resistere” pronunciato da
Borrelli.
La
visita dura poco più di 20 minuti, poi l’attrice si
toglie il berretto a punta, gli spallotti, i paragomiti e
comincia un monologo in cui ripercorre le varie fasi
dell’entrata in politica del “nano” di Arcore, i suoi
legami con Craxi e la P2, ed i misteriosi (ma non troppo)
intrecci con la mafia.
Il
pubblico ride, divertito, anche se c’è un fondo di amaro,
in quelle risate.
Non
è un susseguirsi di sketch, ma tutto lo spettacolo è unito
da un filo conduttore nel quale la Guzzanti interpreta i
vari personaggi.
Ad
un certo punto indossa la “pelata” del berlusca, quella
vecchia, visto che la nuova maschera, tirata sulla nuca da
mollette colorate, è ancora in fase di cicatrizzazione.
Mio
figlio, seduto al fianco, ride a crepapelle e persino Gero,
che s’addormenta ad ogni spettacolo, tanto che bisogna
dargli una bottarella, quando il suo russare diventa troppo
invadente, non ha chiuso occhio tutta la serata.
La
Guzzanti, però, non ha risparmiato le critiche nemmeno alla
sinistra, a quel D’Alema troppo preso a fare politica, per
poter pensare anche ai problemi degli italiani, comunque ci
pensa, soprattutto quando è alla guida della sua barca,
libero dagli altri onerosi impegni, e una stoccata è andata
anche a quanti, passati dal sostegno incondizionato
all’URSS, dopo il crollo del muro di Berlino hanno
cambiato “casacca” e si sono riciclati nel sostegno
acritico degli USA.
Accompagnata
dai musicisti, la Guzzanti si è anche esibita come
cantante, interpretando le canzoni che hanno accompagnato la
“Resistenza” antiberlusconiana, fra cui un “Bella
ciao” in versione anti-Mimun e “Dalle belle città”
che ci ha coinvolti in una interpretazione corale che ha
visto anche lo sventolio di qualche bandiera della pace.
Richiamata
sul palco dagli applausi scroscianti, ha proposto una
Valeria Marini sempre più svagata, strappandoci le ultime
risate.
All’uscita,
i commenti, un po’ d’allegria, un po’ d’amarezza
pensando all’insipienza di tanti programmi TV, festival di
banalità ed esibizionismo, un ricanticchiare ancora il
ritornello di quella vecchia canzone partigiana: “Siamo i
ribelli della montagna…”
Ed
infine una riflessione: la satira, graffiante, suscita
un’ilarità che allarga il cuore, lo spirito… e la
mente… solo gli stolti hanno paura della satira.
Ierina
Dabalà
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