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L’emigrazione, non è stata solo verso terre
straniere, lo sappiamo bene, ma forte è stato anche il
flusso migratorio dal sud verso il nord Italia.
Cavaria, anni ’60, la Fonderia Filiberti al centro
del paese, inondava di fumi l’asilo e la scuola
elementare, entrambe a ridosso della fonderia, ma non
risparmiava le case intorno.
A centinaia arrivavano gli uomini dalle regioni del
meridione, inseguendo quel boom economico che regalava sogni
di benessere, e trovavano subito lavoro; li si vedeva uscire
dalla fonderia neri dei fumi, maleodoranti per gli acidi
usati nelle lavorazioni.
Un po’ più difficile era trovare casa.
Una parte di loro era alloggiata
in una cascina proprio alle spalle della fonderia, in
molti per stanza, finché la fabbrica non ebbe necessità
d’allargarsi allora, magnanimi, i F.lli Filiberti fecero
costruire quattro baracche di legno, il tetto di eternit,
fuori paese, dall’altra parte della ferrovia, che i 160
operai lì alloggiati attraversavano ogni giorno, risalendo
la scarpata, per abbreviare la strada fra “casa” e
lavoro.
All’interno un corridoio, ai lati le camere con
vari letti, e in fondo una cucina e i bagni.
Ma in paese non c’erano case per i lavoratori?
Non era difficile vedere appesi cartelli con su
scritto “Non si affitta ai meridionali”, o meglio ancora
“Non si affitta ai terroni”, ma qualcuno di buon cuore
c’è sempre, e affittavano a un tanto a letto, cercando di
far stare in ogni stanza più letti possibili.
Quasi sempre il lavandino di cucina serviva anche per
lavarsi dal nero della fonderia, mentre la latrina era in
cortile, comune per tutte le stanze che vi si affacciavano.
E la gente del posto come reagiva? Erano ben contenti
i commercianti, che vedevano, nell’aumento della
popolazione, la possibilità di nuovi guadagni, ma c’era
molta diffidenza nei confronti del “diverso”.
Certo, c’era già stata da quelle parti, la grande
immigrazione dal Veneto intorno alla prima guerra mondiale
(profughi dai luoghi delle battaglie che, trovato un lavoro
più redditizio della miseria delle campagne, avevano
chiamato parenti e amici a raggiungerli), gran lavoratori,
è vero, ma “diversi” anche quelli, e le donne, poi,
erano di “facili costumi”; quante servette “sedotte e
abbandonate”, avevano imboccato la strada della
prostituzione!
Ma i meridionali, era davvero difficile integrarli
nella comunità del paese.
Le ragazze del paese ricevevano “severi moniti”
da parte dei genitori affinché non uscissero con i
“terroni” che se non mafiosi (poco o nulla si sapeva
allora della mafia), avevano molti altri difetti. In primo
luogo chiudevano in casa le loro mogli e poi, si sa, non
avevano voglia di lavorare.
A conferma di ciò si citava il gran numero di reati
commessi da quegli “sfaticati”, che arrivavano anche a
far prostituire le loro donne pur di non lavorare.
Sono trascorsi 40 anni da allora, ma si sentono
ancora i medesimi discorsi… nei confronti degli
extracomunitari. Stessa paura del diverso, stesso razzismo.
In questi 40 anni i “terroni” di Cavaria, quelli
che non sono morti di cancro ai polmoni o di silicosi, hanno
messo su famiglia, si sono comperati casa o hanno costruito
la “villetta”, comprando mattone su mattone e lavorando
i giorni di festa, i figli hanno studiato, sono diventati,
dottori, avvocati, assessori…
Magari è andata peggio a quelli emigrati nelle
grandi città, relegati in quartieri periferici, veri e
propri ghetti, dove ancora oggi persistono sacche di
emarginazione.
Ierina
Dabalà |