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UNA CICLICA OSSESSIONE
Lidia Ravera
Dispiace
dirlo, pare esagerato o indelicato, ma l’avversione verso la
legge che sancisce per le donne il diritto di decidere se il
proprio corpo e la propria psiche (anima?) sono pronti per il
difficile compito di dare la vita e poi crescere ed educare un
essere umano, è diventata una forma ossessiva, un tormentone
di centrodestra che da trent’anni, come una malattia
nervosa, minaccia l’equilibrio della nostra società. A ogni
cambio di stagione politica qualcuno la estrae, la legge 194,
dal panierino delle nostre, non poi così numerose, conquiste
di civiltà e prova a buttarla nella grande discarica dei
nostri fallimenti.
Proprio là dove giacciono buone regole per accedere alla
procreazione assistita, ovvie estensioni dei diritti civili a
omosessuali e coppie di fatto, licenza di non essere
sottoposti ad accanimento terapeutico, permesso di porre fine
alla propria vita qualora condizioni disperate rendano questa
decisione necessaria.
Come mai? Che cos’ha di così terribile il principio tanto
semplice che sta alla base della legge per l’interruzione di
gravidanza? Proviamo a ripeterlo per la milionesima volta: le
donne e soltanto le donne, in quanto tocca a loro prestare
carne e sangue alla procreazione, possono valutare se portare
a termine o no una gravidanza. Lo faranno con coscienza,
cercheranno in tutti i modi di non doversi avvalere del
diritto d’aborto, ma devono sapere che possono farlo. Non
sono macchine, sono persone. Non sono proprietà né della
Chiesa né dello Stato, sono libere cittadine, le donne. Sanno
bene che saranno loro e i loro figli a pagare per tutta la
vita un errore di valutazione.
Il mondo è pieno di infelici, ne volete degli altri? Volete
altri neonati avvolti nel cellophan e abbandonati a morire di
freddo nei cassonetti dell’immondizia? No, naturalmente. Voi
volete delle belle famiglie, coese e responsabili, dove
circolino affetto e cura. Le volete voi, cari avversari della
nostra buona legge 194, ma le vogliamo anche noi. Noi:
femministe, progressisti laici e cattolici, democratici
illuminati dalla ragione e non da preconcetti e/o
supersitizioni.
Che cos’è, allora, che ci divide? La diversa valutazione
dell’età del feto, il fatto che per noi sia materia grezza
e per voi «bambino non nato»? Oppure la diversa valutazione
della madre: il fatto che per noi sia una persona e per voi un
divino strumento in cui Domineddio soffia quando gli pare i
suoi ordini? Forse tutte e due le cose. O forse nessuna delle
due e l’anima dei bambini, come l’autodeterminazione della
mamme, viene tirata in ballo soltanto quando serve, per il
cinico gioco della politica.
Quando Giuliano Ferrara, materialista pentito, assimila la
pena di morte, barbarico residuo di culture precivili,
all’interruzione di gravidanza, il sospetto dell’uso
strumentale di un dilemma etico si rafforza. Quando Papa
Ratzinger definisce l’aborto «un delitto abominevole» si
sente risuonare sinistra l’antica crudeltà della Chiesa,
quella che metteva certe donne al rogo con l’accusa di
stregoneria, che torturava e ammazzava in nome dell’amore di
Cristo chiunque le si opponesse, chiunque credesse ad altro o
avesse l’umiltà di non credere a niente di non
dimostrabile, o osasse coltivare l’intelligenza del dubbio.
Delitto abominevole: che insulto per le donne che non ce
l’hanno fatta a prendersi la responsabilità d’essere
madri! Le troppo giovani, le troppo fragili, le malate, le
instabili, le abbandonate, le troppo povere. Ma non si prova
vergogna a chiamarle assassine? È veramente difficile, con
tutta la buona volontà, mantenere aperto un dialogo con i
cattolici, quando il loro Pastore Massimo si esprime con frasi
così dure. È difficile e forse c’è chi non lo vuole
veramente. Non lo vuole Ratzinger che continua a rifilare le
sue scomuniche “urbi et orbi” come se tutta la
società italiana facesse parte della sua Ecclesia. Non lo
vuole Ruini, non lo vuole Giuliano Ferrara, il neofita
entusiasta. Non lo vogliono quelli che non rispettano la
libertà di coscienza e pretendono di imporre la loro fede
come se fosse l’unica visione del mondo accettabile. Non lo
vuole chi ritorna, ciclicamente, instancabilmente, a mettere
in discussione tutte le battaglie vinte trent’anni fa
(quando ancora avevamo la forza di vincere qualche battaglia)
nel tentativo di adeguare l’Italia ad altri «Paesi avanzati»,
dove si può divorziare, procreare con l’aiuto della scienza
o non procreare con il permesso dello Stato, sposarsi anche se
si è pastori d’anime, pagare le tasse per il bene di tutti,
sostenere i più deboli con le tasse dei più ricchi, farsi
una famiglia anche se ci si ama fra persone dello stesso sesso
e così via.
Cari lettori de l’Unità, e cari anche voi che
leggete l’Unità solo per criticarla, confesso che
questo ritorno di crociata antiabortista, mi ha messo addosso
una certa tristezza e, oltre alla tristezza, anche una gran
paura.
Ho paura per il Partito Democratico, quel coraggioso tentativo
di mettere insieme, per una volta, cattolici e laici, credenti
e non credenti, quelli del Vangelo e quelli dell’utopia di
una società libera ed egualitaria. Ho paura che non ce la
facciano. Scusate: che non ce la «facciamo». Noi, laici di
buona volontà e loro, cattolici capaci di rispettare la
libertà di tutti.
Pubblicato su l’Unità il 03.01.08
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