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27 novembre 1981

Era il 27 novembre 1981, alle 6,30 è nato il mio “piccolino”, lo chiamo ancora così, così lo penso.

Spesso mi trovo ancora ad immaginarlo. Negli occhi ho il suo ricordo. Era piccolino, era perfetto. Tutte le ditina al loro posto, le manine, i piedini; e il vagito.

Non so come viva un padre la nascita di un figlio, ma io ricordo l’impeto di amore, intenso, viscerale, verso quella creaturina nata da me.

Ero alla 26° settimana di gravidanza, un parto prematuro, spontaneo, il piccolino pesava 1.300 gr. Se fosse nato 27 anni dopo sarebbe vissuto, visto il progredire delle tecniche. Ora avrei 3 figli, anziché 2.

Se fosse vissuto, sarebbe un ragazzo di 27 anni.

Dopo un’ora dalla nascita ha avuto una crisi respiratoria.

M’è venuta accanto al letto la neonatologa, la stessa pediatra che seguiva la mia bambina che allora aveva 3 anni, la stessa pediatra che ora segue il mio bellissimo nipotino.

Mi ha guardata con occhi di donna, e mi ha detto… “Se fosse mio figlio preferirei che morisse”.

Il mio cuore urlava… “Che viva, che viva, in qualunque condizione!”

Non ce l’ha fatta; il piccolino è morto.

Poi il raschiamento, altre donne con me, silenziose, con la vestaglia legata sui fianchi.

Altre donne passeggiano lungo i corridoi col loro ventre voluminoso, lo sguardo felice di sofferenza. Assieme alle altre attraverso la porta che separa la corsia dalle sale parto e da quelle operatorie.

Ci ero già passata da quella porta proprio il giorno prima, e 3 anni fa, quando è nata la mia bambina, ma ora è diverso. Non ci saranno né dolori né vagiti. Il piccolino non c’era più.

Siamo in molte, chi per un raschiamento, come me; chi per una interruzione volontaria di gravidanza, qualcuna per piccoli interventi, tutte assieme nella stessa stanza d’attesa.

Una ragazzetta, seduta su una sedia, se ne sta a testa bassa, non parla. Quant’è giovane! Vorrei consolarla, ma non ho parole di conforto. Nemmeno per me ho parole di conforto!

A fatica cominciamo a raccontarci le nostre storie.

Anna ha 3 figli, un marito alcolizzato, ha paura a fare un altro figlio. Nuccia ha 2 figli, deve lavorare, non ce la farebbe con un altro figlio.

Michela ha perso la sua fantasia di bambino dopo un mese di gravidanza…

Dolore, tormento, rabbia. Solo la ragazzina è lontana, perseverante nel suo mutismo, noi, accomunate da pensieri e sensazioni, ci s’aiuta a vicenda a scacciare fantasmi di bimbi sognati, e paure, e rimorsi ancestrali.

Pur nelle storie diverse e le diverse esperienze, siamo vicine

Nessuno ha pensato di chiudere la porta, così le ho viste tutte sdraiarsi sul lettino, il braccio legato alla flebo, le gambe alzate, il respiratore che si gonfia e si sgonfia con ritmo regolare, rumore di ferri.

Le ho viste tutte.

Io sono stata l’ultima

Ierina Dabalà

 

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