| Il tempo a
volte fa svanire i ricordi, confonde date e situazioni, ma
di quel giorno sono rimasti vivi in me non solo il ricordo,
ma anche la grande emozione. Il 19 novembre 1970, sotto un
cielo grigio e uggioso, ci recammo a Milano, presso il
comitato regionale del P.C.I. per contattare una delegazione
di compagni vietnamiti che doveva venire con noi a
Varese.
La delegazione,
composta da Luu Phong Hohn, Tram Tam, Mai Thi Buong e Pham
Vam Chuog, proveniva da altre città italiane, dove aveva
partecipato a manifestazioni di solidarietà, prima di
recarsi alla conferenza internazionale di Stoccolma per
testimoniare sui crimini di guerra commessi dagli americani
nel Vietnam. Lungo il viaggio cercammo di conversare benché
fosse arduo intendersi.
Verso le undici
arrivammo alla sede della Federazione comunista, dove c'era
grande attesa e tutti i compagni presenti si facevano
intorno, visibilmente commossi, per esprimere sentimenti di
affetto e un'immensa ammirazione.
Guardavamo con appena
dissimulata curiosità la pelle dei nostri ospiti di un
colore così particolare che nessuna foto ci aveva mai
svelato; era come se il verde cupo delle loro foreste e
quello chiaro delle risaie si fossero fusi in quei corpi
minuti. Piccoli, magri, quasi scarni, eppure tanto forti,
intelligenti, coraggiosi, capaci di tenere testa ai
supervitaminizzati soldati americani.
Per tanti anni si era
gridato, anche nelle piazze della provincia di Varese
"Vietnam libero", per tanti anni avevamo
manifestato contro i massacri di vite innocenti di donne e
bambini; per noi, come per tutto il mondo, il Vietnam era il
bene, la giustizia, la bandiera della libertà e
dell'indipendenza.
Ed ora lì, davanti a
noi, c'erano quattro compagni vietnamiti in carne ed ossa.
Si faceva a gara per abbracciarli, per stringere loro la
mano ed essi, confusi dal nostro incomprensibile linguaggio,
ci guardavano stupiti cercando di capire la nostra emozione,
la nostra solidarietà, mentre i nostri occhi si
inumidivano.
Qualche compagno, come
Bruno Gasparotto e Ierina Dabalà che conoscevano il
francese, cercavano di avviare il dialogo, e la graziosa
ragazza vietnamita Mai Thi Buong (Farfalla di maggio) faceva
capire a cenni e sorrisi di essere immensamente felice e di
sentirsi fra amici.
Nell'incontro tenutosi
in mattinata nel saloncino al piano superiore della
federazione, i vietnamiti ci spiegarono che lo scopo della
loro missione in Italia era quello di far conoscere anche
alle nostre autorità di governo, al clero italiano, ai
lavoratori con le loro organizzazioni sindacali e politiche,
le proposte concrete del fronte nazionale vietnamita, per
arrivare al più presto ad una pace giusta e dignitosa per
tutti.
Verso le 13 andammo a
pranzo al ristorante "Maran" a Calcinate del
Pesce, nulla di straordinario almeno per noi, ma i
vietnamiti garbatamente ci fecero capire di non amare ciò
che ai loro occhi poteva apparire un lusso esagerato.
Capimmo anche che non
apprezzavano molto la nostra cucina, così diversa dalla
loro. Gustavano il riso, ma quando fu servito il pollo
arrosto cercarono di aromatizzarlo con una abbondante
spruzzata di pepe. Noi li osservavamo incuriositi mentre a
loro volta guardavano con stupore le salse che condivano i
nostri, per loro misteriosi, spaghetti.
Dalla sala vicina
giungevano a tratti battimani, festosi auguri gridati in
coro: era l'abituale rumore di un banchetto nuziale e di lì
a poco vennero verso di noi i giovani sposi che, reggendo un
cesto di fiori, offrirono confetti anche ai vietnamiti. Il
modesto abito di Mai Thi Buong si confuse ad un tratto con
quello della sposa vestita di bianco, quando le due donne si
abbracciarono.
Alla sera c'era una
manifestazione pubblica al Bocciodromo di Belforte. Molto
presto cominciò ad affluire la gente. Bandiere vietnamite,
sciarpe rosse al collo, "eskimo" umidi che si
asciugavano nel calore del salone sovraffollato. Non vi
erano più sedie disponibili e ci si accalcava in piedi,
Nessuno rinunciava a vedere con i propri occhi coloro che
rappresentavano il simbolo di una lotta così grande e
sanguinosa che aveva visto, via via, schierarsi al suo
fianco l'opinione pubblica mondiale.
Quando i vietnamiti
giunsero accompagnati dai compagni della segreteria del P.C..
li accolse un'ovazione, un immenso applauso che sembrava non
finire mai. "Vietnam, libero!", si gridò da ogni
parte e subito dopo si scandiva il nome di Ho-Chi-Min, ed
ecco la loro voce, un idioma che pareva quasi un pigolio,
accompagnato da gesti gentili delle mani. Si traduceva dal
vietnamita al francese e dal francese all'italiano e tutti
seguivano con viva attenzione.
Ringraziarono i
lavoratori, le autorità, i cattolici, i comunisti per la
loro solidarietà e chiesero l'aiuto di tutti, anche del
popolo americano, affinché il governo degli Stati Uniti
cessasse l'aggressione e concedesse l'indipendenza.
Poi parlò Tram Tham,
il contadino vietnamita; non dimostrava i suoi quarant'anni,
con quell'aria da ragazzino, ma gli occhi sgranati dicevano
ben più delle parole. L'orrore che aveva vissuto era ben
visibile dietro quello sguardo, e per sempre impresso nella
memoria. Incarcerato nelle "gabbie di tigre", le
terribili prigioni costituite da una fossa nel terreno,
sbarrata da canne di bambù, aveva subito torture che
avevano lasciato tracce su tutto il suo corpo.
Poi parlò Mai Thi
Buong e la commozione divenne generale; si applaudiva e si
gridava; indignazione e amore si confondevano in
un'atmosfera di intensa passione collettiva.
E' difficile, a
distanza di anni, spiegare a chi non ha vissuto quel periodo
cosa sia stato il Vietnam per noi e per il mondo intero, il
significato universale della lotta di quel Paese, che andava
oltre il fatto militare in sé, per assumere quello più
ampio della definitiva emancipazione dal vecchio e dal nuovo
colonialismo.
Il Vietnam diventava
anche il simbolo delle nostre speranze; la sua resistenza
era la nostra resistenza che continuava per battere lo
sfruttamento dei forti contro i deboli, per far trionfare
gli ideali di giustizia, di libertà e di pace.
* tratto dal libro "A zonzo nella
memoria"
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