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VIETNAMITI

 A 

VARESE

(di Giuseppe GATTI)

 

Il tempo a volte fa svanire i ricordi, confonde date e situazioni, ma di quel giorno sono rimasti vivi in me non solo il ricordo, ma anche la grande emozione. Il 19 novembre 1970, sotto un cielo grigio e uggioso, ci recammo a Milano, presso il comitato regionale del P.C.I. per contattare una delegazione di compagni vietnamiti  che doveva venire con noi a Varese.

La delegazione, composta da Luu Phong Hohn, Tram Tam, Mai Thi Buong e Pham Vam Chuog, proveniva da altre città italiane, dove aveva partecipato a manifestazioni di solidarietà, prima di recarsi alla conferenza internazionale di Stoccolma per testimoniare sui crimini di guerra commessi dagli americani nel Vietnam. Lungo il viaggio cercammo di conversare benché fosse arduo intendersi.

Verso le undici arrivammo alla sede della Federazione comunista, dove c'era grande attesa e tutti i compagni presenti si facevano intorno, visibilmente commossi, per esprimere sentimenti di affetto e un'immensa ammirazione.

Guardavamo con appena dissimulata curiosità la pelle dei nostri ospiti di un colore così particolare che nessuna foto ci aveva mai svelato; era come se il verde cupo delle loro foreste e quello chiaro delle risaie si fossero fusi in quei corpi minuti. Piccoli, magri, quasi scarni, eppure tanto forti, intelligenti, coraggiosi, capaci di tenere testa ai supervitaminizzati soldati americani.

Per tanti anni si era gridato, anche nelle piazze della provincia di Varese "Vietnam libero", per tanti anni avevamo manifestato contro i massacri di vite innocenti di donne e bambini; per noi, come per tutto il mondo, il Vietnam era il bene, la giustizia, la bandiera della libertà e dell'indipendenza.

Ed ora lì, davanti a noi, c'erano quattro compagni vietnamiti in carne ed ossa. Si faceva a gara per abbracciarli, per stringere loro la mano ed essi, confusi dal nostro incomprensibile linguaggio, ci guardavano stupiti cercando di capire la nostra emozione, la nostra solidarietà, mentre i nostri occhi si inumidivano.

Qualche compagno, come Bruno Gasparotto e Ierina Dabalà che conoscevano il francese, cercavano di avviare il dialogo, e la graziosa ragazza vietnamita Mai Thi Buong (Farfalla di maggio) faceva capire a cenni e sorrisi di essere immensamente felice e di sentirsi fra amici.

Nell'incontro tenutosi in mattinata nel saloncino al piano superiore della federazione, i vietnamiti ci spiegarono che lo scopo della loro missione in Italia era quello di far conoscere anche alle nostre autorità di governo, al clero italiano, ai lavoratori con le loro organizzazioni sindacali e politiche, le proposte concrete del fronte nazionale vietnamita, per arrivare al più presto ad una pace giusta e dignitosa per tutti.

Verso le 13 andammo a pranzo al ristorante "Maran" a Calcinate del Pesce, nulla di straordinario almeno per noi, ma i vietnamiti garbatamente ci fecero capire di non amare ciò che ai loro occhi poteva apparire un lusso esagerato.

Capimmo anche che non apprezzavano molto la nostra cucina, così diversa dalla loro. Gustavano il riso, ma quando fu servito il pollo arrosto cercarono di aromatizzarlo con una abbondante spruzzata di pepe. Noi li osservavamo incuriositi mentre a loro volta guardavano con stupore le salse che condivano i nostri, per loro misteriosi, spaghetti.

Dalla sala vicina giungevano a tratti battimani, festosi auguri gridati in coro: era l'abituale rumore di un banchetto nuziale e di lì a poco vennero verso di noi i giovani sposi che, reggendo un cesto di fiori, offrirono confetti anche ai vietnamiti. Il modesto abito di Mai Thi Buong si confuse ad un tratto con quello della sposa vestita di bianco, quando le due donne si abbracciarono.

Alla sera c'era una manifestazione pubblica al Bocciodromo di Belforte. Molto presto cominciò ad affluire la gente. Bandiere vietnamite, sciarpe rosse al collo, "eskimo" umidi che si asciugavano nel calore del salone sovraffollato. Non vi erano più sedie disponibili e ci si accalcava in piedi, Nessuno rinunciava a vedere con i propri occhi coloro che rappresentavano il simbolo di una lotta così grande e sanguinosa che aveva visto, via via, schierarsi al suo fianco l'opinione pubblica mondiale.

Quando i vietnamiti giunsero accompagnati dai compagni della segreteria del P.C.. li accolse un'ovazione, un immenso applauso che sembrava non finire mai. "Vietnam, libero!", si gridò da ogni parte e subito dopo si scandiva il nome di Ho-Chi-Min, ed ecco la loro voce, un idioma che pareva quasi un pigolio, accompagnato da gesti gentili delle mani. Si traduceva dal vietnamita al francese e dal francese all'italiano e tutti seguivano con viva attenzione.

Ringraziarono i lavoratori, le autorità, i cattolici, i comunisti per la loro solidarietà e chiesero l'aiuto di tutti, anche del popolo americano, affinché il governo degli Stati Uniti cessasse l'aggressione e concedesse l'indipendenza.

Poi parlò Tram Tham, il contadino vietnamita; non dimostrava i suoi quarant'anni, con quell'aria da ragazzino, ma gli occhi sgranati dicevano ben più delle parole. L'orrore che aveva vissuto era ben visibile dietro quello sguardo, e per sempre impresso nella memoria. Incarcerato nelle "gabbie di tigre", le terribili prigioni costituite da una fossa nel terreno, sbarrata da canne di bambù, aveva subito torture che avevano lasciato tracce su tutto il suo corpo.

Poi parlò Mai Thi Buong e la commozione divenne generale; si applaudiva e si gridava; indignazione e amore si confondevano in un'atmosfera di intensa passione collettiva.

E' difficile, a distanza di anni, spiegare a chi non ha vissuto quel periodo cosa sia stato il Vietnam per noi e per il mondo intero, il significato universale della lotta di quel Paese, che andava oltre il fatto militare in sé, per assumere quello più ampio della definitiva emancipazione dal vecchio e dal nuovo colonialismo.

Il Vietnam diventava anche il simbolo delle nostre speranze; la sua resistenza era la nostra resistenza  che continuava per battere lo sfruttamento dei forti contro i deboli, per far trionfare gli ideali di giustizia, di libertà e di pace.

* tratto dal libro "A zonzo nella memoria"

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