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Molti
bambini avranno ascoltato mago Ric raccontare questa fiaba,
la ripete sempre, quando si esibisce sulle strade del mondo,
ma io voglio raccontarvela ancora una volta, perché non se
ne perda la memoria, e come tutte le fiabe, anche questa
comincia così:
C’era una volta…
C’era una volta un bambino che si chiamava
Riccardo. Era un bambino grazioso, con grandi occhi azzurri
e un ciuffo di capelli biondi che gli ricadeva sempre sugli
occhi.
Aveva allora circa sette anni, ma era piccolino,
per la sua età. A guardarlo così, gliene si sarebbe potuti
dare forse 5, però aveva addosso una vitalità ed
un’allegria che lo rendevano irrefrenabile.
Correva a perdifiato nei prati, si arrampicava fin
sul ramo più alto di un albero, e da lassù restava
incantato a rimirare la vasta distesa dei campi coltivati,
interrotta dai frutteti, attraversata da un fiume a misura
di bambino, dove l’acqua scorreva lenta e bassa, e dove
d’estate lui e i suoi amici imparavano a nuotare, fra
schizzi, risate e schiamazzi.
Era uno dei tanti monelli impolverati e chiassosi, il moccio
al naso ed eterne ginocchia sbucciate, ma Riccardo non era
un bambino come tutti gli altri.
Tutti
sapevano che Riccardo era un mago e lui spesso incantava i
suoi piccoli amici con giochi e trucchetti che li lasciavano
a bocca aperta.
Nessuno
si era preso la briga di insegnare quei giochi a Riccardo;
se li inventava per far ridere un compagno col broncio o
consolare una lacrima e gli piaceva da morire vedere lo
stupore disegnarsi sui volti degli altri bambini.
Erano
bambini di paese, bambini poveri, con nemmeno una bicicletta
su cui pedalare. Ogni tanto qualcuno saliva sulla grossa
bici del padre, quelle vecchie, nere, col manubrio quadrato,
di traverso sotto la canna, e gli altri gli correvano
appresso schiamazzando e ridendo.
Facevano
giochi diversi, a seconda lo scorrere delle stagioni.
D’estate
andavano a caccia di grilli e succhiavano i fiori di
trifoglio poi, quando le more maturavano, si graffiavano le
gambe e le braccia con le spine dei rovi per raccogliere
quelle più nere e succose e quando le bacche di ginepro
riempivano i cespugli, se le lanciavano soffiandole da una
cannuccia raccolta lungo il fiume, e tornavano a casa
coperti di lividi e graffi, gli abiti macchiati in modo
irreparabile.
Durante
l’inverno andavano nel prato in fondo al paese, quello
vicino al fiume, dove si formava uno spesso strato di
ghiaccio, e si divertivano a scivolarci sopra, fra
capitomboli e risate.
C’era,
fra gli altri, una bambina che piaceva molto a Riccardo. Si
chiamava Michela, ed aveva un visetto dalla pelle candida
come la neve e due guancine rosse che parevano mele mature.
Gli
occhi scuri erano coperti da una frangetta nera e le
treccine le scendevano ai lati del viso. Infagottata in un
cappotto azzurro, portava un berretto di lana rossa, e una
sciarpa dello stesso colore che le avvolgeva il collo.
Michela
scivolava sul ghiaccio, ma avrebbe tanto voluto ruzzolare
sulla neve fresca, così un giorno si rivolse a Riccardo,
con la sua vocina lieve e gentile.
-
Riccardo, tu che sei un mago, perché non fai
nevicare?
-
Michela, sono piccolo, non ce la faccio; forse da
grande, chissà…
Ma
Michela insisteva, sempre con quella sua vocina.
-
Dai che ce la fai, dai che ce la fai…
-
Sono piccolo, Michela, piccolo, troppo piccolo; per
ora non ce la faccio.
-
Si che ce la fai.
E
Riccardo a spiegarle che no, non sarebbe mai riuscito a far
nevicare.
Un
giorno, però, era un giorno gelido di gennaio, col cielo
bianco che si rifletteva sull’erba coperta di brina, e
ancora Michela si rivolse al suo piccolo amico chiedendogli
un po’ di neve fresca su cui scivolare, e Riccardo si
intenerì, a sentire quella vocina implorante.
Prese
un pezzetto di carta e cominciò a borbottare alcune magiche
parole che nessuno gli aveva insegnato ma che sentiva
venirgli dal profondo, poi lanciò la carta verso il cielo,
ed ecco le nubi aprirsi in neve candida e soffice.
Dapprima
non era che qualche fiocco, quasi timoroso, poi pian piano i
fiocchi di neve cominciarono ad aumentare, a farsi sempre più
fitti e grossi, e nevicò, nevicò a lungo, e Michela
guardava estasiata il piccolo Riccardo, e i bambini
cominciarono a tirarsi palle di neve, a costruire pupazzi e
a scivolare come mai avevano scivolato.
Nevicò,
e nevicò per giorni e giorni, e tutti i campi furono
coperti dalla neve, e gli alberi, e le case, e i bambini non
potevano andare a scuola così continuarono i loro giochi a
lungo.
Nevicò così tanto, come mai
era successo in quel paese, e ancora adesso i vecchi,
ricordando quella grande nevicata di tanti anni fa, la
chiamano “la nevicata di Riccardo”.
Ierina
Dabalà
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