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Anche quella sera s’era arrotolato i calzoni alle
ginocchia ed era sceso in acqua per spingere la barca al
largo, poi, con un agile salto, era salito a bordo.
Il sole si stava inabissando nel mare mentre gli ultimi
raggi illuminavano il costone del monte sulla cui cima
spiccava uno strano masso a forma di rapace appollaiato, e
si soffermavano pigri sulle rocce rosate che circondavano la
piccola baia.
Schermandosi gli occhi con la mano, Jafar guardò i riflessi
rossi e oro che si muovevano lenti, sull’increspatura del
mare poi volse il capo verso la sua casupola abbarbicata in
bilico a metà costa, al riparo dei marosi invernali,
protetta dal vento del nord, le rade palme, il sentiero
scosceso che percorreva ogni giorno per raggiungere la
spiaggia.
Fece un cenno con la mano a salutare, anche se non c’era
nessuno affacciato alla finestra, ma era quello il gesto col
quale ogni sera s’accomiatava; l’indomani, alle prime
luci, sarebbe tornato con la cesta colma di pesce che sua
madre avrebbe venduto al mercato.
Alzò le vele, impugnò la barra del timone e la barca
cominciò ad allontanarsi lentamente dalla costa, sospinta
da una lieve brezza.
Il giovane respirò a pieni polmoni l’aria salmastra e
spaziò con lo sguardo nel cielo terso. Ad oriente il colore
si faceva gia cupo e l’azzurro scivolava verso il blu ma
se guardava davanti a sé poteva ammirare l’infinito
cangiare iridato. Anche se il sole era ormai oltre
l’orizzonte rimanevano i suoi colori ancora abbarbicati al
cielo, come se la notte non volesse arrivare.
Il mare era calmo e la barca si muoveva silenziosa sulla
superficie appena mossa dal lieve vento, ness’un'altra
imbarcazione intorno, nemmeno lontana, nessun rumore, se non
lo sciabordio lento contro il leggero fasciame. Era quello
il momento che Jafar amava di più, quell’andare lontano
seguendo il suo istinto e i suggerimenti del padre, che gli
aveva insegnato a conoscere i tratti di mare più pescosi, i
lievi indizi che segnalavano un banco argentato.
Guardò ancora in alto dove le prime stelle si stavano
accendendo, virò appena un poco e bevve un sorso d’acqua.
Era quasi arrivato e fra poco si sarebbe messo al lavoro.
Quando il buio lo stava avvolgendo ammainò la vela, accese
una piccola lampada e cominciò ad immergere le reti, col
gesto solito delle mani.
Era un bel giovane, Jafar. Il volto rotondo era incorniciato
da folti capelli neri, lisci, lucenti e gli occhi scuri
avevano guizzi ridenti. Il naso era minuto e la bocca
carnosa mostrava una dentatura forte e bianchissima. La
pelle scura, abbronzata, era liscia e tesa. Il suo corpo
aveva muscoli forti e pronunciati, come chi è abituato da
sempre ad un lavoro pesante. Era bello come i giovinetti
scolpiti dagli antichi, come un giovane dio, e nel cuore
aveva tutte le speranze di un giovane uomo. Era anche
allegro e spesso, mentre con la barca se ne andava verso il
largo, cantava la sua gioia di vivere con voce calda e
intonata. Ed era curioso; non si accontentava di ascoltare
le parole dei vecchi, ma chiedeva, voleva sapere, capire.
continua
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