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L'INCONTRO
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Un giorno, in quel suo vagare, raggiunse
un’isola lontana, mai raggiunta prima. Assomigliava molto a
Xerhenia, ma quasi ogni isola assomigliava all’altra, in
quell’arcipelago, ma questa più di altre lo affascinava. Legò la
barca ad un ramo che si protendeva sul mare e saltò sulla rena
tiepida.
Anche quella pareva un’isola felice. Un
gruppo di fanciulli gli venne incontro. Erano belli, giovani come
lui; non gli chiesero il nome ma lo invitarono ad unirsi al loro
gioco, interrotto per accogliere il nuovo ospite.
Giocavano a nascondino, celandosi fra le dune
della spiaggia, dietro i cespugli o a qualche roccia e a turno si
cercavano ridendo, vociando come fanno tutti i fanciulli del mondo.
Non si sentiva intimidito, Giansenio, anzi
era curioso di conoscerli, di chiamarli per nome. Li guardava ad uno
ad uno ed erano così simili ai suoi stessi compagni di giochi che
gli pareva di conoscerli da sempre poi la vide, e tutti gli altri
scomparvero al suo sguardo. Sorridendo la prese per mano e si
rifugiarono dietro il tronco rugoso di un sughero.
-
Come ti chiami? – chiese in un sussurro.
-
Mariela – disse la ragazzina guardandolo sfacciatamente
negli occhi – e sono la figlia del re di quest’isola.
Era bella, con quei suoi occhi grandi e scuri
come il cielo di notte nei quali Giansenio scorgeva tutte le stelle
del firmamento; i suoi capelli scendevano in ricci scomposti lungo
la schiena e la sua pelle era rosea e sottile. Indossava una leggera
tunica del colore del mare, stretta in vita da un nastro blu.
-
Attenta, ci vedono – esclamò Giansenio stringendosela
vicino per nasconderla dietro il grosso tronco dell’albero, ma
Mariela si divincolò e scappò via per farsi inseguire dagli amici.
Correva, ridendo, le guance arrossate, e la
sua risata allegra si levava nell’aria odorosa e si univa al coro
delle risa degli altri fanciulli. Giansenio la rincorse lungo la
spiaggia e finalmente la raggiunse ed assieme si gettarono sulla
sabbia umida del bagnasciuga allora i loro occhi si guardarono e già
sapevano cosa sarebbe successo.
-
Io sono Giansenio e anch’io sono un principe, piccola
Mariela, il principe di Xerhenia, e tu sarai la mia sposa.
-
Vieni da mio padre – disse la fanciulla prendendolo per
mano.
Percorsero un sentiero che s’inoltrava
verso l’interno, tagliando
la vegetazione arida che costeggiava il mare fino ad aprirsi su un
prato verde smeraldo e in fondo si scorgeva un castello, antico,
severo senza essere cupo.
Il bianco originario, come usano essere le
case da quelle parti, aveva preso una sfumatura di grigio, ma le
ampie finestre non davano l’idea di una fortezza abituata agli
attacchi. Un torrione si levava ad un angolo, solo uno, per scrutare
il mare ma l’insieme aveva l’aria serena, come serene erano
tutte quelle isole.
Giansenio e Mariela precedevano il gruppo di
ragazzi ed una anziana fantesca venne loro incontro portando una
cesta colma di ghiottonerie.
-
Siete in anticipo – disse borbottando.
-
Non ti preoccupare, Baba, devo accompagnare Giansenio da mio
padre.
I due ragazzi entrarono nel castello e
Mariela attraversò l’atrio ombroso per andare nella stanza del
padre.
-
Padre, ti presento Giansenio, vuole sposarmi
Mariela era vivace, allegra, piena di vitalità.
Non sapeva cosa fosse l’amore, ma aveva visto gli occhi di
Giansenio farsi morbidi in un sentimento appena nato ed era felice
per quel turbamento che l’aveva agitata.
-
Calmati, piccina, e racconta con calma.
Fu Giansenio a parlare, e raccontò di
Xerhenia, ma il saggio re Nicola conosceva bene l’isola, ed un
tempo era stato amico del padre del ragazzo.
-
So che tuo padre è morto – disse tristemente.
-
Purtroppo si; per ora sono i vecchi a governare la mia isola
ma fra poco, appena compirò diciott’anni, dovrò prendere il mio
posto sul trono e vorrei avere Mariela al mio fianco.
-
Siete molto giovani per prendere delle decisioni così
importanti. L’amore ha bisogno del tempo per crescere, per
diventare saldo nel cuore. Vorrei che frenaste la vostra impazienza
ed intanto imparaste a conoscervi. Io non potrei volere per mia
figlia uno sposo migliore, vi prego solo di aspettare.
-
Fra tre mesi sarà il mio compleanno, sarà abbastanza
l’attesa?
Il re li guardò sorridendo.
-
Vedremo – disse strizzando gli occhi divertito.
I ragazzi si accomiatarono e tornarono in
giardino, dove Baba aveva steso sull’erba una candida tovaglia,
impreziosita da fitti ricami ed intagli, e pizzi, sulla quale aveva
posto dolci e frutta, caraffe di succhi dissetanti e tutto intorno
c’erano cuscini colorati, ben gonfi di piume.
Vicino a Mariela Giansenio era pervaso da una
sensazione strana, sconosciuta, e non riusciva a ingoiare, ma si
accontentava di guardarla mentre mangiava a piccoli morsi una fetta
di torta, mentre si portava alle labbra il bicchiere e sorseggiava.
Le guardava il collo sottile, le spalle minute, il piccolo seno
acerbo che appena sporgeva dalla tunica lieve.
Era bastato guardarla un momento e già
s’era innamorato di lei come uomo adulto e già sapeva che quella
sarebbe la sua donna, che lo avrebbe accompagnato per sempre sulla
strada della vita. Era felice e turbato, era innamorato.
Prima del buio Giansenio fece ritorno a
Xerhenia, accompagnato da un inviato del re Nicola che parlò con i
saggi dell’isola.
Anche se i ragazzi erano giovani, non c’era
nessun valido motivo perché non si sposassero, anzi una sposa
avrebbe dato più prestigio al giovane re, così fu deciso che il
giorno del diciottesimo compleanno di Giansenio sarebbero state
celebrate le nozze, assieme alla festa per l’incoronazione.
In quei mesi Giansenio percorse quasi ogni
giorno il mare che lo portava all’isola di Mariela, sempre più
ansioso e fremente. Ora non giocavano più a rincorrersi o a
nascondino ma si sedevano all’ombra degli alberi e parlavano
fitto, e si accarezzavano furtivi, sempre più emozionati, sempre più
palpitanti, e nelle due regge fervevano i preparativi per il grande
giorno, che arrivò così presto da lasciarli quasi increduli.
Il re Nicola partì sulla sua grande barca
dorata portando la sua figlia prediletta a Giansenio, assieme agli
altri figli, a Baba e ai servitori, e bauli che contenevano lini
ricamati e sete preziose e Mariela, radiosa nel suo abito bianco,
abbracciava le amiche che le accomodavano il velo che le copriva i
capelli, trattenuto da una corona di piccoli fiori candidi.
Era felice, inspirava l’aria salmastra che
la inebriava e il suo cuore cantava nuove canzoni.
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