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HERINA
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La scorse in un giorno appena nato, piccola,
fragile, inerme, appena coperta da veli, su quell’arido scoglio.
-
Chi sei? – le chiese.
-
Io canto le canzoni, racconto le storie. Sono figlia del
mare.
-
Il tuo nome?
-
Herina.
-
Cantami le tue canzoni, piccola Herina!
-
Potrò cantarti solo quelle che tu vuoi ascoltare.
-
Ho bisogno di voci, ho bisogno di calore, ho bisogno di te.
Il cuore della piccola Herina si sciolse e
gli raccontò le storie del mare, i sogni che avevano giocato a
rimpiattino sulle spiagge assolate, le streghe che avevano volato
sulle barche, i maghi cattivi.
Parlava, seduta sullo scoglio, mentre il
cuore di Giansenio pareva sciogliersi al dolore che si confondeva
con la fiaba.
-
Mia piccola sirena, incantatrice dei mari, nuota con me,
percorri le correnti della mia vita!
-
Dovrai ascoltare per sempre le mie fiabe e la mia voce, mio
caro principe!
-
Lo farò, per sempre.
Pareva un suggello eterno, ed entrambi si
persero ad esplorare il loro amore.
-
Vieni, mio principe, ti porterò dove nessun uomo è mai
andato!
Scesero nel mare profondo e guardarono con
nuovi occhi l’azzurro e il verde che si fondevano, si persero nei
loro occhi mentre le mani intrecciavano danze mai danzate. Era come
se il sogno si fosse tramutato in realtà, come se lo sperato che
non si era mai sperato di incontrare osasse ora tutte le sue
fantasie.
-
Nuota, Giansenio… !
-
Nuota, mia dolce Herina… !
Danzavano e cantavano, e dopo Giansenio si
fermava ad ascoltare le storie che la fanciulla gli raccontava, e
insieme, dispettosi, andavano a stanare i granchi dalle buche e
solleticavano le stelle marine.
Il gioco, il riso, ridavano nuova vita. Tutto
era nuovo. L’amore nasceva dai profumi, dalle correnti del mare
che si scioglievano tiepide e inebrianti, dalla gioia che si
dipanava nel petto, nel ventre.
-
Ti amo.
-
Sei la mia donna.
-
Sono Herina, la donna di ieri, la donna di sempre.
-
Sei la mia donna.
-
Sei il mio uomo.
La danza dell’amore intrecciava i suoi
canti.
Herina cantava le sue canzoni e Giansenio
l’ascoltava e riprendeva il canto. I versi si snodavano sulle onde
del mare e il vento trasportava le voci sulle coste e gli anfratti
delle isole e i delfini si fermavano ad ascoltare estasiati, mentre
le sirene, sorelle di Herina, inventavano nuove favole da raccontare
ai marinai.
-
C’è un porto per voi, un porto in cui trovare la pace, la
serenità, in cui ascoltare il respiro del mare.
E gli uomini si chinavano sui remi della
sentina, certi che il loro bisogno d’amore avrebbe trovato la
fonte a cui dissetarsi.
Il tempo passava, e i campi si riempivano di
papaveri, e le vigne davano i loro frutti, e Giansenio ed Herina
giocavano i loro giochi d’amore.
-
Nuoterò per sempre con te.
-
Sei la mia sposa, la mia donna, sarò per sempre al tuo
fianco.
Provarono a volare e si accorsero che avevano
ali d’aquila, possenti e vigorose, allora scoprirono il cielo e il
respiro del vento.
Da lassù il mondo non pareva che un
minuscolo granello di sabbia dove tutto scompariva e non c’erano
più il bene e il male, ma solo l’aria feconda di vita che entrava
imperiosa nei polmoni inondando il cuore.
Le donne che amavano Herina erano felici
della sua gioia e intrecciavano canti e danze quando lei si
abbandonava fra le braccia di Giansenio.
Pareva che la fiaba non avesse più fine ma
la tempesta giunse improvvisa e squassò il mare con forza inaudita.
I pesci se ne andarono al fondo, le telline si avvinghiarono alle
rocce, tenaci, ma Herina e Giansenio furono sorpresi al largo e la
piccola barca non sapeva resistere alle burrasche.
Tante ne aveva attraversate, ed ora il suo
fragile scafo piangeva e gemeva sotto le onde.
-
Dammi la mano, Giansenio!
L’uomo esitava…
-
Mio padre non ci abbandonerà…!
Herina tendeva la sua mano materna.
-
Dammi la mano… - gridava – Io ti amo e non ti abbandonerò
mai. Da solo non puoi vincere la tempesta ma assieme siamo
invincibili!
Ciuffo si adagiò sul fondo della barca
coprendosi il capo con le zampette bianche.
-
Dammi la mano, aggrappati a me – urlava Herina - devi avere
fiducia in me, ti prego! Solo questo può salvarti! Nessuna tempesta
cattiva ha mai ucciso le figlie del mare e chi ha fiducia in loro.
Abbi fiducia in me, Giansenio, ti prego. Ti amo e non ti lascerò
mai, non ti tradirò mai. Abbi fiducia nel mio amore!
Da troppo tempo Giansenio aveva imparato a
contare solo sulle proprie forze. Aveva danzato con Herina la danza
dell’amore ma non era pronto ad affidare a lei la sua vita; dentro
di se sentiva che poteva contare solo sulle sue forze. Il suo cuore
di bambino si era inaridito e non poteva più credere.
Arrivò l’onda, enorme, cattiva, e la barca
ne fu travolta.
Herina e Giansenio finirono in mare e la
sirena lo vide scendere verso il fondo.
-
Mio amore, mio tesoro prezioso, mio principe, sono qua,
aggrappati alla mia mano!
Giansenio scendeva sempre più, ormai ignaro
del mondo, ma Herina lo raggiunse e, pietosa lo portò alla
superficie. Lo cullò come fa la madre con il figlio, gli sufflò la
sua gioia di vivere, il suo sorriso, il suo amore, ma non c’era
che il silenzio. Si strappò i capelli, pregò ed imprecò gli dei
del mare e del cielo. Pianse tutte le lacrime che le inondavano gli
occhi e si confondevano nel salso dell’acqua, e chiamo il padre e
la madre, e gli avi tutti.
Con Giansenio aveva imparato ad ergersi dalle
onde ed aveva volato nel cielo, oltre le nubi, oltre il sole e la
luna. La sua coda di sirena si era tramutata in ali e la sua parola
aveva percorso il mondo. Ora non poteva più tornare indietro.
-
Lascialo andare, mia cara Herina. – disse sua madre
raggiungendola – il suo cuore
non potrà mai più percorrere i sentieri della vita.
-
Ma io lo amo – disse la piccola sirena – non so vivere
senza di lui.
-
Racconterai la sua storia.
-
E’ troppo poco. Io voglio percorrere con lui i mari e i
cieli.
-
I suoi mari e i suoi cieli saranno nelle tue parole.
-
Non mi basta. Lo voglio!
Herina piangeva tutte le sue lacrime
sorreggendo il capo di Giansenio al di sopra delle onde. Lo
accarezzava, gli parlava, gli sorrideva, gli cantava canzoni, ma il
principe era ormai lontano e niente lo avrebbe fatto tornare da lei.
Gemeva e si torturava. Ancora non aveva capito che Giansenio non
c’era più, che il suo cuore s’era perduto negli abissi del mare
e della solitudine.
-
Lo raggiungerò. Dovunque lui sia!
Cullava il corpo dell’uomo sulla cresta
dell’onda, guardava i suoi capelli scomporsi come alghe del mare,
gli toccava le mani che galleggiavano appena. Piangeva. ma Giansenio
era immobile, inerte, non rispondeva ai suoi sorrisi.
Pianse come piangono i bambini; pianse come
piangono gli adulti, pianse come piangono le donne disperate.
-
Lascialo andare – ripeté sua madre – abbi pietà di lui.
Lascia che il suo destino si compia.
Herina trascorse tutta la notte a cullarlo.
Gli raccontò tutte le storie del mare e della terra, cantò per lui
tutte le canzoni. Piangeva e sorrideva. Sentiva il tenue fardello
cullato sulle acque tiepide di una notte di quasi estate. Gli
guardava il bel viso, le membra perfette. Sognò la vita futura,
lei, donna di ieri, che non avrebbe avuto un domani assieme a lui.
-
Lascialo andare – sussurrò sua madre accarezzandole
dolcemente i capelli.
Era l’alba… Herina allargò le braccia e
Giansenio raggiunse il suo destino.
La sirena prese nelle mani a coppa Ciuffo,
abbarbicato ai resti della barca e lo accarezzò dolcemente…
Tutto ha un senso - disse sottovoce - anche il dolore. E’ dal dolore
che nascono le storie più belle, quando il cuore le sa ascoltare!
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