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“Hai
viaggiato molto, per la tua giovane età, mia cara, in lungo
e in largo in questo nostro mondo, per monti e per valli;
hai attraversato mari e città, ma ora voglio insegnarti un
altro modo di viaggiare”.
Fece
un cenno a Sitera che andò nell’altra stanza e la si sentì
chiamare qualcuno.
Un
rumore improvviso fece sobbalzare il cuore nel petto di
Arlina, un suono mai udito prima di allora. Era come se
tutti gli uccelli del mondo si fossero messi a cantare,
assieme al rumore del mare e al fruscio delle fronde agitate
dal vento, e mille tuoni rombanti, come se tutte le voci, le
risa, i pianti, i sospiri si stessero mescolando in un unico
clamore e uomini e donne entrarono nella stanza reggendo
strani oggetti fra le mani, e proprio da quegli oggetti
usciva….. ma cos’era ciò che Arlina sentiva, cos’era
quel suono sconosciuto?
Gli
occhi le si riempirono di lacrime e non riusciva a contener
l’emozione che la stava avvolgendo come un drappo, lieve e
pesante ad un tempo. Ammutolita, guardava la scena che le si
svolgeva davanti, ascoltava,
catturava quei suoni nel cuore poi di colpo non fu più
in quella stanza.
Il
mondo le si srotolava davanti e rivedeva tutti i posti già
visti, ma le emozioni le si dilatavano in petto e tutto
aveva un altro significato. Le pareva di capire, di cogliere
finalmente il senso della vita, dell’esistenza, il senso
dell’umanità e del mondo intero.
Piangeva
e rideva, guardava, ascoltava, tremava, in preda ad
un’emozione intensa, come mai era stato in vita sua poi,
come spinta da una forza sconosciuta, si alzò ed andò
incontro a quegli uomini e a quelle donne e i suoi piedi
cominciarono a seguire quei suoni e il battito del cuore.
Gambe e braccia, il corpo intero, si muovevano seguendo un
ritmo interiore; saltava, piroettava su se stessa, si
piegava come fronda agitata dal vento, si rialzava e
scuoteva la testa.
Il
tempo si era fermato, non c’era più giorno né notte,
c’era solo il cuore, lo spirito a condurla per mano su
sentieri che non aveva mai percorso poi, all’improvviso,
il suono si fermò e Arlina, si guardò intorno stupita. Era
sola, al centro della sala, le braccia alzate, i capelli
scompigliati e si accorse che tutti la guardavano
sorridendo.
“Nules,
Nules, cosa è successo? Cos’è questo? Cos’è questo
rumore che echeggia nella tua reggia?”
“E’
la musica, mia giovane amica”.
“Musica?
Non conosco questa parola, non l’ho mai udita in nessun
paese visitato,
ma se la musica è questo rumore….. oh, è veramente
qualcosa di meraviglioso!”
“Vieni
vicino a me, cara, voglio condurti per mano sulle strade
meravigliose della musica, dove tu possa volare col tuo
spirito”.
Arlina
e Nules si sedettero
vicini ed i musicisti cominciarono a suonare gli strumenti,
ad uno ad uno, così che la ragazza potesse imparare a
distinguerli ed ogni trillo;
ogni armonia, spalancava in Arlina nuove emozioni.
Riascoltava
il canto degli uccelli multicolori incontrati in un regno
lontano, e il frangersi delle onde sulla riva. Improvviso il
tuono squarciava l’aria e brontolava smorzandosi
lentamente.
Il
cuore pareva impazzito di gioia e lei si girò verso Nules e
lo abbracciò.
“Mio
caro amico, questa è la gioia più grande che io abbia mai
provato. Non pensavo si potesse essere così felici. Voglio
imparare a trarre anch’io quei suoni dagli strumenti,
voglio imparare e portare la musica nel mondo intero”.
Le
guance di Arlina erano accese, gli occhi brillanti. Sulle
sue labbra aleggiava un sorriso beato e tutto in lei emanava
una gioia immensa. Nules se la strinse al petto e la baciò
dolcemente.
Rimasero
a lungo in silenzio, il capo della ragazza sulla spalla di
Nules, un braccio del principe che le cingeva le spalle.
Tacevano, ed ogni tanto si toccavano lievemente. Arlina
alzava una mano ed accarezzava il viso del principe e lui le
posava le labbra sui capelli, poi le loro mani si cercavano
ed intrecciavano una nuova danza.
Passò
il tempo, era ora di andare a dormire.
Arlina
andò nella sua stanza, si svestì , si stese sul letto e
piombò subito in un sonno profondo e quella notte i sogni
non vennero a tenerle compagnia, ma Nules non riuscì a
dormire. Pensava alla ragazza, al suo sorriso, a
quegli occhi del colore del mare, quel mare che lui non
aveva mai visto ma che immaginava.
Ed
anche senza sonno, sognava, ed immaginava la sua vita al
fianco di Arlina, vicino a quella fanciulla che non sarebbe
mai cambiata, che non poteva cambiare. Sarebbe rimasta
sempre così, per sempre piena di quella grande vitalità,
quell’ingenua spontaneità; non sarebbe cambiata mai,
Nules lo sapeva, e non voleva vederla diversa.
Quando
l’alba cominciò a schiarire l’orizzonte Nules si alzò,
andò da Garid e cominciò ad accarezzarla.
“Che
mi succede, fedele amica? Perché questa notte il sonno non
è venuto a farmi compagnia?”
L’aquila
agitò le ali, scosse la testa e borbottò qualche parola
incomprensibile.
“Cosa
hai detto? Non ho capito niente del tuo mugugnare”.
Garid
guardò il principe con occhi furbetti ma non ripeté le
parole.
“Lo
capirai, mio caro principe” pensò fra se e se, “non
serve che sia proprio io a spiegarti le cose. Dai, sei
abbastanza grande per capire”.
Nules
le batté affettuosamente su una spalla.
“Tieniti
pronta, Garid, appena la ragazza si sveglia voleremo ancora
assieme e questa volta voglio che tu ci porti nei luoghi più
belli del regno. Voglio che la piccola Arlina sia felice,
che non si dimentichi mai di noi, che ci porti per sempre
nel cuore nel suo vagare per il mondo, e se un giorno
deciderà di fermarsi, vorrei che fosse qui”.
Ritornò
verso il castello ed era in impaziente
attesa del risveglio della ragazza, e quando la vide
scendere dalla scala il suo cuore fu pieno di gioia.
Arlina
indossava un abito di stoffa leggera, di un giallo lieve,
trattenuto in vita da un nastro turchino. I capelli le
scendevano sulle spalle e le incorniciavano il viso di luce.
Il principe le andò incontro e la baciò sulle guance.
“Buon
giorno, piccola mia” disse sorridendo, “spero che questo
sia un bel giorno per te”.
“Lo
sarà, mio principe, guarda che sole meraviglioso. Senti
l’aria fresca della mattina, guarda il colore delle nuvole
in cielo, paiono d’oro. Sarà un bel giorno”
Si
avviarono verso l’aquila che li attendeva sul prato
davanti al castello, si sedettero sul suo dorso e subito
Garid si alzò in volo.
Anche
quel giorno, come il precedente, girarono in lungo e in
largo per il regno. Ogni tanto Garid si posava a terra, i
due scendevano ed andavano ad esplorare qualche posto
remoto, allora Arlina pareva colta da una smania
irrefrenabile.
“Ascolta
il suono della cascata” diceva “potranno mai i tuoi
strumenti imitare questo rumore? Ed ora, ecco il fringuello,
e il grillo, ecco, guarda quella foglia, ascolta il suo
frusciare. Oh, come vorrei essere capace di esprimere il
suono, i colori, gli odori del mondo. Insegnami Nules, tu
che sei tanto saggio, insegnami a raccontare il mondo con la
musica”.
Tornarono
presto al castello per andare nella stanza dove erano
conservati gli strumenti. Arlina li guardava ad uno ad uno,
li sfiorava, poi si girava verso il principe, gli
accarezzava una mano, gli dava un bacio lieve sulla guancia.
“Ora
so perché il tuo regno è così conosciuto nel mondo. Qui
regna la felicità, la più grande felicità, e tutti
vorrebbero esserne partecipi”.
Prese
fra le mani un violino e cominciò a pizzicarne le corde
ascoltando il suono che ne scaturiva poi mise fra le labbra
una trombetta e ci soffiò dentro. Rideva come una bambina
beata, chinava
il capo chiudendo gli occhi, imprimendosi ogni suono
nell’anima. Picchiettò le dita su un tamburo, lo graffiò
lievemente con le unghie quindi strinse un mano a pugno e
diede un colpo deciso sulla pelle tesa e sussultò.
“E’
meraviglioso, Nules. Non so dire altro che questo. Insegnami
a suonare, mio dolce principe”.
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