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Trascorsero
molti giorni e Arlina non parlava più della sua partenza.
Tutti i pomeriggi il principe e la fanciulla andavano nella
stanza degli strumenti e suonavano, improvvisando dei
duetti, abbandonandosi all’emozione, cercando di
riprodurre i suoni uditi nei voli mattutini.
Ogni
giorno Arlina scopriva una nuova armonia. Nel suo cuore
s’erano accumulati tutti i rumori del mondo ed ora si
divertiva a riprodurli sugli strumenti. La musica le
sgorgava irrefrenabile, fresca e limpida come acqua di
fonte.
In
quelle ore entrambi si dimenticavano di tutto quanto li
circondava. Erano solo musica ed emozioni, solo suono, e
gioia di vivere. Nules guardava ammirato la ragazza, le
baciava le mani che si muovevano come farfalle di maggio
sugli strumenti, le scostava una ciocca di capelli che le
cadeva sul viso.
“Sei
dolce, Nules, nessuno è stato così buono con me, nessuno
ha mai avuto tanta pazienza e nessuno mi ha mai insegnato a
volare con lo spirito. Di tutti i miei viaggi questo è
certamente il più bello. Basta che chiuda gli occhi e il
mondo intero mi appare davanti e parla la sua musica”.
“Tutto
era in te anche prima, Arlina, solo che non lo sapevi. Ogni
uomo ha i suoi ritmi che danzano nel petto solo che non si
ferma ad ascoltarli. Io non ti ho dato niente, cara, ti ho
solo aiutato ad ascoltare”.
Si
abbracciarono, commossi.
Il
regno era in fermento. Presto si sarebbe celebrata la festa
della terza luna e sul prato che circondava il castello
s’ergevano tende, si portavano tavoli e panche per
accogliere tutti gli abitanti del regno.
Nessuno
mancava mai a quella festa. Le ragazze indossavano i vestiti
più belli e i ragazzi le invitavano a ballare, e ogni anno
nascevano nuovi amori. I bambini attendevano la festa per
ingozzarsi d’ogni prelibatezza che troneggiava sui tavoli
e gli anziani ricordavano i bei tempi andati. Le vecchie
coppie sentivano rinascere il loro amore e si baciavano come
fanciulli e nella notte di luna molti bimbi venivano
concepiti.
Era
quello il momento in cui l’amore era celebrato in tutta la
sua grandezza.
Sitera
raccontava ogni meraviglia di quel giorno e Arlina
l’attendeva con ansia poi, così aveva deciso, sarebbe
ripartita. Troppo s’era fermata in quel regno.
Anche se era felice come non era stata mai, era tempo
di rimettersi in cammino. Non poteva fermarsi, quello era il
suo destino, la sua vita.
Il
giorno della terza luna si svegliò radioso. Il sole
splendeva più smagliante del solito e tutte le aquile del
regno s’erano alzate in volo e si rincorrevano sbarazzine.
Da
ogni parte le persone arrivavano a frotte, stendevano
bianche tovaglie sul prato, tiravano fuori gli strumenti e
cominciavano a suonare e a cantare. Ogni tanto si fermavano
a bere e a mangiare, ma l’aria era pregna di suoni, di
canti, di voci e pareva quasi densa.
Nella
stanza Arlina si stava vestendo con un abito del colore dei
suoi occhi. L’azzurro e il verde si fondevano in un colore
cangiante ad ogni riflesso di luce. La gonna ondeggiante
ricordava le onde del mare e la ragazza stava già
pregustando il momento in cui avrebbe ancora potuto
immergere i suoi piedi nell’acqua salata e sentirne il
profumo ma la gioia per la partenza imminente era offuscata
da una strana nostalgia, mai provata prima d’allora. Le
sarebbero mancate le montagne e la gente sorridente del
regno, ma più di tutto le sarebbe mancato Nules, la sua
dolce compagnia, il suo sguardo sorridente.
Il
principe era cambiato. Un po’ alla volta aveva perso
l’aria pensosa, un po’ triste. A volte pareva che, sotto
la patina dell’età, si nascondesse un bambino un po’
birbante, birichino, ma quel giorno, chiuso nella sua
stanza, Nules era triste perché Arlina aveva deciso di
partire.
Aveva
provato a convincerla a rimanere ma non c’era stato niente
da fare. Lo sapeva che quel giorno sarebbe arrivato prima o
poi, anzi era grato alla fanciulla per tutto il tempo che
gli aveva dedicato, ora, però, non riusciva a scacciare la
malinconia che gli attanagliava il cuore.
Garid
s’avvicinò alla finestra della stanza del principe,
s’appoggio sul davanzale e cacciò dentro la testa,
sorridendo sorniona.
“Che
c’è, mio principe? Come mai hai quell’aria abbattuta?
Oggi è un giorno di festa e dovresti ridere”.
“Domani
Arlina partirà, mia cara Garid. E’ così dolce, quella
ragazza, così allegra,
e bella, e giovane, e poi mi sono abituato alla sua
compagnia, alle sue risate argentine, ai suoi grandi
stupori, ma non posso trattenerla. Lei è come l’acqua del
fiume, come l’aria del cielo. E’ come un uccello o una
volpe selvatica, non si può imprigionare, ne morirebbe”.
“E
tu vai con lei!” esclamò l’aquila.
“Io?
Non è possibile; qui c’è la mia casa e il
popolo si aspetta che lo guidi per sempre sulla
strada della felicità”.
“Anche
a costo della tua felicità?”
“E’
il mio dovere, non posso venir meno”.
Garid
diede un colpo di coda e volò nel cielo, in alto, sempre più
in alto, fin quasi a sparire. Ora non era che un puntolino
lassù e Nules la guardò con invidia, poi l’aquila scese
rapidamente, sfiorò la finestra del principe, lanciò un
grido di giubilo, salì ancora lassù, in rapidi voli e
piroette.
“Vola,
Nules, vola!”
Quel
grido, lanciato nell’aria cristallina rimase come sospeso
sul grande prato. Tutti alzarono il capo verso l’aquila
poi lo sguardo di ognuno andò verso la finestra della
stanza di Nules.
“Vola,
Nules” gridò un bambino battendo le mani.
“Vola,
principe delle aquile!” gridarono tutti.
Intanto
nella stanza di Arlina si stava svolgendo una piccola
tragedia. Una volta ancora Sitera cercava di convincere la
fanciulla ad indossare le scarpe.
“Per
una volta sola, Arlina, solo una volta! Non sarà poi così
male, ti pare? Tutti oggi portano le scarpe, anche il più
umile dei contadini non verrebbe mai alla festa senza
scarpe. Non puoi spezzare questa tradizione”
“Sitera,
ti prego, non insistere. Non posso, lo sai. I miei piedi non
saprebbero più condurmi sulle strade del mondo se li
costringessi, anche solo per una volta, in quella prigione e
domani devo partire”.
La
vecchia fantesca la guardò pensierosa.
“Hai
proprio deciso? Non stai bene con noi?”
“Sto
bene, questo è un paese meraviglioso e Nules è l’uomo più
bello che io abbia mai conosciuto, ma non posso rimanere. Io
sono una viaggiatrice, non dimenticarlo, non apparterrò mai
ad un solo posto”.
“Mai,
Arlina? Niente ti fermerà?”
“No,
Sitera, niente”.
”Nemmeno
l’amore?”
“Nemmeno
l’amore. Se un uomo mi amerà, se mi amerà davvero, verrà
con me”.
Arlina
aveva un tono deciso, gli occhi lanciavano bagliori di fuoco
e camminava avanti e indietro per la stanza come un leone in
gabbia.
Troppo
tempo era rimasta nel paese delle aquile e il suo spirito
selvaggio bramava ora la libertà. Nemmeno la musica,
nemmeno i voli dello spirito bastavano a soddisfare il suo
bisogno di andare, di incontrare nuova gente, di vivere
nuove esperienze.
Sitera
posò le scarpette sulla cassapanca e scosse il capo. Povero
Nules, con tante fanciulle desiderose di consolarlo per la
perdita della principessa, proprio di quella pazzerella
selvatica s’era andato ad innamorare, si, innamorare.
Aveva capito che il principe s’era innamorato di quella
fanciulla. Da quando era comparsa Nules pareva ringiovanito
d’un colpo e le stanze del castello echeggiavano al suono
dei suoi canti e le melodie s’erano spante nell’aria
come un sole di primavera,
ma la ragazza se ne sarebbe andata e il principe
sarebbe ritornato al suo cupo silenzio, ai voli solitari,
alla malinconia. Così doveva essere, e non ci si poteva
fare niente, anche se le
dispiaceva.
Uscì
sospirando. Lei non era che una povera vecchia, non poteva
fare proprio niente. Gettò nuovamente lo sguardo nella
stanza e vide Arlina rimirarsi nello specchio ed abbozzare
qualche passo di danza. Com’era bella! Com’era giovane e
bella! Peccato che fra poco se ne sarebbe andata, portandosi
via un po’ dell’allegria che aveva animato la reggia in
quei giorni!
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