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ARLINA E IL REGNO FRA I MONTI

 

Il volo  

Garid non pareva nemmeno accorgersi di quel nuovo peso e si librava lieve nell’aria tersa. Sfiorava le chiome degli alberi con le sue larghe ali e l’odore inebriante dei fiori ancora bagnati di rugiada la rendeva ebbra di felicità allora cominciò a salire, in alto nel cielo, e gli uccelli le danzavano intorno quasi in gara con lei poi  scese a sfiorare l’erba e poi ancora su, più su, verso il sole che inondava le campagne; i boschi cupi prendevano colore di smeraldo ed il fiume scintillava di riflessi d’oro.

Le colline, erano punteggiate dal bianco dei ciliegi in fiore e sulle montagne che chiudevano l’orizzonte brillavano i ghiacciai eterni. Qua e là, sui pascoli, si scorgevano mucche pezzate e cavalli selvaggi.

Le case, come minuscoli ninnoli, parevano cuccioli sonnacchiosi e dai camini cominciava ad uscire il primo fumo del mattino. I tetti di paglia luccicavano al nuovo sole e tutto aveva i tersi colori di un quadro appena dipinto, tutto pareva tracciato dalla mano soave di un grande pittore. Ogni particolare, anche il più minuto, era talmente nitido, completo, perfetto e pareva quasi che la natura ci avesse messo un impegno maggiore del solito per disegnare quel paesaggio.

Garid conosceva ogni anfratto del regno, anche il più lontano, il più piccolo. Da sempre aveva percorso quei cieli, fin da quando la prima brezza leggera l’aveva baciata e portata con se per questo gioiva quando poteva mostrare a Nules le bellezze di quella terra, ed ogni volta che il suo padrone la cavalcava provava un brivido sottile. Anche quel giorno gli avrebbe fatto scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa di meraviglioso, non foss’altro che una nuova luce, una nuova sfumatura del colore dei prati, un nuovo fiore, oppure quella valle nascosta, celata fra boschi in mezzo alle montagne,  dove solo la volpe dalla coda lunga osava fare la sua tana, ma oggi era un giorno diverso dal solito.

La fanciulla ch’era seduta accanto al suo padrone sembrava affascinarli entrambi. Garid ne sentiva il lieve peso, il calore del corpo minuto, ne aspirava il profumo. Le gambe che la cingevano saldamente s’imprimevano sulle sue piume morbide e lei volava senza impennate, per non spaventarla, e allargava le ali come per proteggerla. Arlina percepiva quell’amorevolezza e si sentiva sicura, sapeva che poteva  viaggiare come non aveva mai viaggiato prima d’ora.

Si sporgeva oltre il collo dall’aquila a guardare il paesaggio e lanciava piccoli gridi entusiastici, volgeva il capo da ogni parte, si sbracciava, annusava l’aria e pareva che il mondo le entrasse negli occhi, nel naso, nel cuore.  I capelli scompigliati, gli occhi esosi di ogni sfumatura, le orecchie tese a cogliere ogni canto di uccello, ogni fruscio di vento fra i rami, e i colori, oh, quei colori !

Non c’era solo la primavera, sotto di loro, ma l’anno intero. Il bianco dei bucaneve e il giallo delle primule; le violette occhieggiavano fra l’erba tenera, ma già le rose sfacciate sbocciavano variopinte nei roseti mentre i nasturzi riempivano il paesaggio di macchie solari.

Nules guardava la fanciulla chiedendosi quali strade l’avessero condotta al suo regno, così lontano e isolato ma non voleva chiedere, non voleva disturbarla, non voleva interrompere il sogno nel quale pareva immersa, non voleva interrompere i suoi gridolini festosi, la magia che pareva avvolgerla isolandola da tutto il resto.

La guardava, vedeva i lampi ridenti nei suoi occhi quando si girava verso di lui, le narici frementi, le mani, farfalle volanti che carezzavano l’aria con gesti avvolgenti e sinuosi. Non poteva interrompere il sogno, non poteva fermarla.

Dopo sarebbe arrivato il momento delle parole, ma non ora. Per il momento gli bastava guardarla.

Volarono lassù dove le aquile facevano il nido ed Arlina tese le mani verso i pulcini implumi, volarono nel silenzio del cielo per ore, come se non ci fosse nient’altro, se non quel volo, fin quando il sole, terminato il suo percorso nel cielo, cominciò a scendere lentamente verso l’orizzonte allora Garid puntò verso casa.

Nules si sentiva turbato. Quel viaggio stava per finire e provava un’ansia strana. Un momento magico e perfetto era stato vissuto; il suo cuore stanco aveva vissuto in quelle ore tutti i turbamenti, le passioni, i sogni, le speranze, ma ora la realtà avrebbe spezzato quell’incanto e non sapeva che ne sarebbe venuto.

Garid s’abbassò lentamente sul prato, si posò sull’erba, vibrò come d’un ultimo guizzo poi rimase immobile.

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