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Nules
si alzò, s’accomodò il manto sulle spalle e tese una
mano verso la fanciulla che parve risvegliarsi da un suo
sogno e gli sorrise poi, afferrata la mano che le veniva
porta, balzò a
terra agilmente, si riavviò i capelli scomposti dal vento,
si volse verso l’aquila e le diede una lieve
carezza.
“Grazie,
amica mia” disse
con voce gentile.
Garid
le sorrise radiosa, l’accarezzò con il rostro e rimase a
guardarla mentre s’avviava a passo lieve verso il
castello. Arlina aveva una strana andatura, quasi
saltellante, come se ad ogni passo spiccasse un piccolo volo
e i piedi scalzi parevano non toccare l’erba soffice del
prato mentre Nules, che indossava scarpe di velluto,
sembrava pesante, avvolto in chissà quali pensieri.
Garid
conosceva bene Nules, da molto tempo viaggiavano assieme in
lungo e in largo per il regno
ed aveva ascoltato le sue confidenze; ora era proprio
curiosa di vedere ciò che sarebbe successo.
Da
quando la principessa se n’era andata, portata via da una
febbre cattiva, Nules era vissuto sempre nella solitudine e
nel rimpianto, distratto solo dai voli quotidiani. Aveva
continuato ad essere un buon principe, paterno, comprensivo,
attento alle necessità dei suoi sudditi, ma l’aquila non
lo aveva più visto ridere, non gli aveva più visto quel
guizzo festoso negli occhi che tanto le piaceva eppure era
sicura di non essersi sbagliata; alla vista della ragazza il
suo principe aveva proprio sorriso con gli occhi; un lampo,
un guizzo, una fiammella era riapparso, e Garid non poteva
fare a meno di sperare…. Ma cosa sperava? Cosa sarebbe
avvenuto? Era paziente, Garid, sapeva aspettare.
“E’
questa la tua casa?” chiese Arlina stupita vedendo il
castello austero, “ma chi sei?”
“Sono
Nules, principe delle aquile, fanciulla cara, ma sono anche
tuo amico, perciò accetta la mia ospitalità, rimani con me
qualche giorno, e potremo volare dove tu vorrai, dove la
fantasia ti suggerirà”.
“Io
non posso fermarmi a lungo, non sono capace di restare in un
luogo per più di un paio di giorni, ma ho bisogno di
riposare e sono felice di restare con te e Garid. Questo mi
pare proprio un bel regno e voglio conoscerlo meglio, voglio
conoscere la gente che vi abita e i vostri usi, così da
portarvi per sempre nel mio cuore”
Due
servitori si fecero incontro a Nules e il principe ordinò
loro di preparare la camera verde per la graziosa ragazza
che aveva portato con sé e di chiamare la fantesca.
L’anziana
Sitera arrivò arrancando sulle sue
gambette, portando un vassoio con una brocca e due
bicchieri e dissetò i viaggiatori quindi prese per mano
Arlina e la condusse per una scala di legno al piano
superiore, poi lungo un corridoio, infine la fece entrare in
una stanza grande e luminosa.
“Ecco
mia cara, spero che ti piaccia” disse, e Arlina si guardò
intorno stupita. In tutto il suo girovagare non aveva mai
visto una stanza simile.
Le
pareva d’essere in un bosco, un bosco incantato, dove, al
posto dei rami frondosi, c’erano tende ed arazzi, e scene
campestri, e i suoi piedini calpestavano un tappeto che
sapeva di muschio. Era felice e si sentiva a casa ma anche
nel grande mondo dove aveva sempre viaggiato. Si girò verso
Sitera e l’abbracciò poi si sedette sul letto morbido e
la volle vicina.
“Ero
curiosa, sai, Sitera, di arrivare in questo regno. Ne ho
sentito parlare spesso, nel mio girovagare per il mondo, per
la felicità delle sue genti e per la saggezza del principe,
ma non mi sarei mai aspettata di essere ospitata al
castello. Sono felice, è tutto molto bello, so che qui non
potrà accadermi nulla di male”
“Qui
sei al sicuro e, se vorrai, potrai fermarti per sempre.
Nules è molto ospitale”
“Per
sempre? Ma io non posso fermarmi per sempre in nessun luogo,
io sono una viaggiatrice. Posso fermarmi solo un po’,
per riposare, ma non posso rimanere per sempre nello
stesso luogo”.
“E
allora riposati, mia cara, poi deciderai”
Sitera
aprì l’armadio e mostrò alla fanciulla gli innumerevoli
abiti appesi e le chiese di sceglierne uno da indossare per
cena ed Arlina ne scelse uno di velluto, azzurro intenso poi
entrò nella tinozza d’acqua calda e profumata che la
fantesca aveva preparato e
vi rimase a lungo, fino a quando sentì che la
stanchezza accumulata in giorni e giorni di peregrinare si
stava sciogliendo.
Dopo,
Sitera le asciugò i capelli, l’aiutò a vestirsi senza
badare alle proteste della ragazza che voleva fare tutto da
sola, poi prese un pettine e cominciò a lisciare quella
massa scarmigliata che si srotolava e brillava sotto le sue
dita. Erano così morbidi e fini, i capelli di Arlina, del
colore del sole quando volge al tramonto, del rame appena
lucidato, lisci come seta, e si divertì a raccoglierli in
una crocchia morbida, tenuta a posto da una reticella
d’oro.
Quando
Arlina fu completamente vestita, Sitera tirò fuori un paio
di scarpette di velluto dello stesso colore dell’abito, ma
la ragazza si rifiutò di indossarle.
“Non
ho mai messo un paio di scarpe in vita mia, non potrei
camminare con le scarpe, no, Sitera, non posso proprio
indossarle”.
“Ma
cara, non si può scendere a cena senza scarpe. Tutti noi
portiamo scarpe di velluto, così si usa in questo castello,
e così dovrai fare anche tu”.
“No,
mai e poi mai metterò
delle scarpe, piuttosto
non mi muovo dalla camera, piuttosto me ne resto qui tutta
sola fino a quando non sarò riposata, ma le scarpe non le
voglio”.
Sitera
rimase stupita da tanta decisione e, non sapendo che fare,
andò da Nules per chiedere un suo parere.
“Lasciala
senza scarpe, se questo le fa piacere” rispose il saggio
principe, e la fantesca ritornò da Arlina e la condusse nel
salone dove il pranzo stava per essere servito.
Quando
Nules vide Arlina entrare le sorrise. Anche se abbigliata come una
piccola principessa, aveva ugualmente conservato
quell’aria un po’ selvaggia che lo aveva attratto. Le
andò incontro, la prese per mano e la fece sedere al
suo fianco, mentre le vivande cominciavano ad essere
servite..
“Sai,
cara, io non sono mai uscito dal mio regno, per questo mi
piace ascoltare le storie di chi ha tanto viaggiato e tanto
visto. Io compio di miei viaggi con lo spirito, e vorrei
potessimo confrontare le nostre esperienze, e trovare un
punto, se possibile, in cui il mondo e lo spirito si
congiungono e diventano la vita”.
Arlina
cominciò a parlare, e la voce le usciva a tratti vivace e
cristallina, a tratti cupa. Rifaceva il verso degli
uccelletti dei boschi e delle fiere, i linguaggi delle varie
genti.
Parlava
e raccontava di terre lontane, di regni meno fortunati di
questo, e di altri, invece, dove il sole pareva non
tramontare mai, dove il tempo era sempre bello e la
temperatura mite. Parlò degli uomini di quei paesi, dei
pacifici e dei bellicosi; della raccolta del grano e delle
battaglie cruente, delle nascite e delle morti. Provava un
grande piacere a far scorrere le parole come fiume in piena.
“Mi
hai detto che sei stata spesso delusa” disse Nules ad un
certo punto, “cosa ti ha delusa, mia cara?”
“Io
non sono che una ragazzetta, vedi bene, mio saggio principe,
ma la vita trascorsa lungo le strade del mondo mi ha
permesso di scrutare nell’animo umano, di vederne tutta la
bellezza, la soavità, l’amore racchiuso, ma troppo spesso
ho visto questi buoni sentimenti schiacciati dall’egoismo,
dalla crudeltà, dall’ignoranza, e non ho imparato a
rassegnarmi. Il mio cuore piange per un nonnulla. Non posso
sentire una parola sgarbata, non posso sentire
l’indifferenza che troppo spesso attanaglia l’uomo! Piango, mio caro Nules, quando una mano si tende ad invocare
aiuto, e dall’altra parte c’è solo uno sguardo che
evita di guardare, che non vuole vedere”
“Questa
è la vita, piccola Arlina. Ogni uomo ha in sé il mondo
intero, con tutte le sue grandezze e le sue miserie, con la
sua bontà e le cattiverie!”
“Non
lo accetto, mio principe, non voglio, non posso”.
Arlina
muoveva le mani , le stringeva a pugno e le apriva, le
attorcigliava torturandole; era in preda ad una forte
emozione e gli occhi s’erano riempiti di lacrime mentre la
voce di andava incrinando.
“Non
piangere, mia cara. Col tempo capirai che non possiamo
cambiare l’uomo, che la sua bellezza sta proprio nella sua
mutevolezza, nella sua possibilità di scegliere fra il bene
e il male, ed anche quando sceglie il male è pur sempre un
uomo, ma ci vuol tempo per capire. Tu sei ancora una piccola
colomba ma un po’ alla volta spunteranno anche a te
artigli d’aquila, allora imparerai a perdonare chi
sbaglia, perché anche tu sbaglierai”.
“No,
Nules, io non avrò mai artigli, né rostro, né voce di
drago. Non potrei più viaggiare nel mondo con quel pesante
fardello”.
Il
principe la guardava con occhi dolci. Anche lui era stato un
ragazzo ed aveva sognato un uomo diverso, e aveva sofferto e
penato, e pianto, ma gli anni gli avevano insegnato la
tolleranza e quando aveva imparato a riconoscere e ad
accettare le sue cattiverie e
debolezze aveva trovato finalmente la serenità, ma
non bastavano le parole per spiegare tutto questo ad un
giovane cuore. Doveva trascorrere il tempo. |