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E' un libro difficile, questo di Ierina, nella sua apparente agilità di lettura. E' un libro che ci interroga con semplicità sulle nostre utopie che vogliono e possono farsi progetto e sul filo rosso che unisce più generazioni che si passano il testimone alla ricerca - ogni generazione a modo suo - del senso e delle possibilità della libertà, della giustizia, della liberazione e dell'amore. Come dire - di una ricerca di senso che sia orizzonte e percorso nella traccia che unisce gli individui e le collettività. La guerra, gli scioperi, i reparti tedeschi ad armi spianate nei cortili delle fabbriche, il successo degli scioperi e poi... poi la liberazione, la grande illusione che sembrava farsi realtà. I compromessi, i tanti padroni che rimangono al loro posto. Tina, staffetta durante la resistenza, che riprende a combattere con la miseria nei campi e nelle risaie. L'alluvione, l'emigrazione, la fabbrica. E i figli, in fabbrica e nelle università, rilanciano l'utopia dei padri. Marzia, otto ore di pratica al tagliacuci, con reparti di donne che a testa china subiscono ingiurie e prepotenze e la melma dei padroni; Franco con la sua teoria e la sua impazienza. Luisa con gli ideali e la paura, Gianni con il sindacato e già il senso della disillusione. Poi le seicento e il ciclostile; le sezioni e le manifestazioni. Piazza Fontana con i suoi interrogativi pone delle urgenze. La rivoluzione sembra dietro l'angolo. Quando la lotta armata irrompe nel romanzo come nella storia dei nostri anni '70 toglie la parola alla polifonia di voci fuoricampo che fanno da contraltare al dipanarsi degli avvenimenti. C'è stata un'intera generazione a confrontarsi con una violenza, con un livello di scontro in cui la politica ha preso forme oscure, ha macinato soggettività e progetti. Poi c'è l'amore che interroga e confonde. Gli amori che ammalano e quelli che salvano. E il faticoso percorso della crescita che fa a pugni con il sentimento di onnipotenza che sembra poter sconfiggere anche la morte. Continua ad interrogarsi, Luisa, su come potesse convivere in lei "la dolce ed amorevole Penelope che continuava a tessere la sua tela in attesa del ritorno dell'infedele Ulisse e la ragazza che sfidava le cariche della polizia". La fine di un amore, la morte dell'amica caduta inseguendo il suo aquilone che l'aveva portata troppo lontana. L'esigenza di sbarrare il passo al passato e, con esso, al dolore perché una nuova vita reclama i suoi diritti. Ma c'è, in questa nuova vita, quasi pudore ad accettare la felicità, delle remore a lasciar andare la nostalgia che pare essere la cifra del libro. Rimane un lutto come bandiera in questo recupero di memoria individuale e sociale. Alla fine sembra ci sia rinuncia al sogno, e lo scusarsi per aver perso il sogno. Gli anni, la saggezza, invocata e rifiutata, cancellano il sogno e l'utopia? "Siamo un'armata di sognatori e per questo siamo invincibili" dice Marcos, in tempi in cui la politica + calcio e spettacolo. C'è poesia nel libro di Ierina, una forma di poesia che è traspirazione ed espirazione, come insegna Magrelli, espressione che ricrea l'autenticità delle cose e delle persone, dove l'idea è tutt'uno con lo sguardo che l'accompagna. E forse la poesia non serve solo a mantenere nella vita ciò che la vita ci ha promesso invano. Una poesia che sostanzia il tempo, il passato, la memoria, che non diventano mai mosaico, per fortuna, ma caleidoscopio. IERINA: " Non c'è nulla di giusto o di sbagliato, nella vita... bisogna allontanarsi per vedere l'insieme degli eventi della nostra vita e scorgere che ogni tessera del puzzle è stata inserita nel punto giusto, il solo, l'unico... ma sappiamo che non riusciremo ad inserire l'ultima, che il quadro non sarà mai concluso... e saranno gli altri a concluderlo"
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