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Le
due uguaglianze
La
parità dei diritti per tutti i cittadini, cardine fondamentale di
ogni ordinamento liberale, offre a tutte le persone di buona volontà
l´opportunità di prendere parte alla vita politica, formare
associazioni, esprimere le proprie opinioni e di partecipare ad
attività economiche e istituzioni sociali.
Le
garanzie contenute nelle
Costituzioni che sanciscono questi diritti di uguaglianza
sono il risultato preminente di una lunga e tenace
lotta per i diritti civili, che ha segnato gli ultimi due
secoli di storia.
L'intensità
del conflitto di classe nel
recente passato delle attuali democrazie
è confermata dal livello di repressione esercitato dai vari
governi liberali nei confronti delle lotte di rivendicazione della
classe operaia, ma va ricordato che anche la lunga lotta per
l’emancipazione femminile ha visto
donne che venivano spesso picchiate e incarcerate.
Questo
tipo di repressione feroce contro le classi deboli è ancora
tristemente attuale in molti paesi del mondo che si rifanno alla
tradizione e rifiutano la modernità.
In
effetti ciò che distingue le democrazie liberali dai regimi
dittatoriali o da governi ispirati alla tradizione fondamentalista
religiosa è in questi la
perdurante incertezza e la rinnovata compromissione dei
diritti della persona e fra essi, in particolare, quelli femminili.
Ma
anche dove la parità tra i cittadini viene sancita dalla
legge, dobbiamo purtroppo constatare che
questa rimane comunque una promessa priva di contenuti per
chi non disponga dei mezzi o semplicemente del necessario grado di
informazione per ottenerla.
Nella
propaganda delle guerre del passato, chi governava le nazioni
vantava la volontà di conquista in nome di una supposta superiorità
culturale e/o razziale, ora
in tempi
moderni con l’avvento dei mass-media e la conseguente
diffusione e contemporaneità
dell’informazione si va affermando universalmente una
cultura di rifiuto della guerra come strumento di egemonia politica
ed economica.
Ecco
allora la necessità di mascherare l’intervento militare
da missione di pace per scopi umanitari, di giustificare in
nome di un bene comune la velleità di esportare la nostra
democrazia con le armi a chi vive ancora in tempi e costumi feudali.
Questa
interpretazione di parte della realizzazione dei diritti umani che
produce uno stillicidio di guerre e pressioni dei forti contro i
deboli presenta notevoli assonanze con l'esperienza quotidiana delle
donne, gravata dal peso di una cultura ancora marcatamente
patriarcale
e che prevede per loro la realtà di un dominio, anche se
variamente graduato.
Infatti
nella quasi totalità delle democrazie occidentali ed in particolare
per quel che ci riguarda nel nostro Paese si verifica una grave
discrasia fra le affermazioni di uguaglianza e le parole, i gesti
quotidiani di svalutazione dell'Altra, che viene spesso percepita
dall’immaginario collettivo come oggetto di consumo, umiliata da
leggi
che permettono il controllo coercitivo sul suo corpo,
costretta nel migliore dei casi in ruoli tradizionali
preordinati
che ne limitano l’accesso al
potere politico ed economico.
L’aumento
della depressione e delle malattie psichiche in particolare tra le
donne, dell’anoressia che colpisce sopratutto le giovanissime, i
drammi
e la violenza sulle donne e sui bambini che spesso esplodono
come ritorsione da parte dei maschi nei casi di separazione
coniugale sono chiari segnali di un disagio di uomini e donne ad
adattarsi alle complessità che il nostro modello di vita attuale
richiede.
Basterebbe
per una sera guardare con occhio critico una delle tante
trasmissioni spazzatura che ci propone la televisione per rendersi
conto di quali siano i modelli femminili proposti da imitare, di
come scarseggino gli esempi di donne
“autorevoli ”e di quanto poco invidiabile sia la
posizione della donna attuale anche forse rispetto a quella delle
precedenti generazioni confinate ma anche tutelate tra le mura
domestiche.
Rigirando
il cannocchiale e guardando il mondo dall’altra parte, magari con
occhi di donna si potrebbe scoprire che il vero riconoscimento della
dignità, dei diritti delle donne come diritti umani universali e di
cittadinanza, forse
rimane per le democrazie
occidentali l’unica risorsa mai veramente spesa, un esempio
di civiltà
da imitare
e un grande antidoto ai fondamentalismi religiosi.
Il
cammino verso una vera parità è lungo e impervio anche per società
come quelle europee, in cui
la qualità della rappresentanza e della democrazia, la
protezione dello stato sociale hanno diminuito le disuguaglianze tra
uomini e donne, classi privilegiate e classi deboli; le due
uguaglianze vanno di pari passo e una non può prescindere
dall’altra.
Oggi
cadute le vecchie tutele e raggiunta la parità per legge, le donne
si trovano a contendere agli uomini spazi di libertà,
autodeterminazione e potere
probabilmente
ad armi pari ma in un ring o se volete in un gioco dove le
regole sono state scritte da una sola delle parti.
Tutto questo non può restare senza conseguenze nella politica, sui
suoi contenuti programmatici e nel suo linguaggio.
La
scarsa
partecipazione delle donne alla vita politica dei partiti è
dovuta in parte a cause storiche e culturali; in molte donne adulte
l’ educazione tradizionale ha insito l’idea del primato “
naturale” del sesso maschile in particolare per quanto riguarda la
rappresentanza nella vita pubblica.
Ma
altre donne che per educazione familiare
o presa di coscienza desidererebbero partecipare, spesso sono
frenate dalla scarsità di tempo dovuta all’eccessivo carico del
doppio lavoro di produzione e di cura che grava sulle loro spalle e
dalla poca disponibilità dei loro compagni ad accollarsene una
parte.
Nei
Paesi Scandinavi e nordici, dove per tradizione le donne godono di
una maggiore libertà, governi illuminati hanno
attuato
riforme
della politica e del welfare per favorire, con le quote
privilegiate nelle candidature e attraverso una distribuzione più
equa del lavoro di cura la formazione di una pari rappresentanza
politica femminile..
Questa
affermazione democratica nella quotidianità della
politica
e il conseguente, comprovato miglioramento della qualità
della vita delle persone, potrà estendersi
ad altre nazioni solo se la questione dell’uguaglianza verrà
percepita come una conquista collettiva alla cui realizzazione
debbono collaborare tutti, donne e uomini.
Solo
un grande valore condiviso, quello dell’uguaglianza dei diritti,
potrà proporsi di dare vita ad una politica relazionale che
valorizzi la qualità della persona contrastando la consuetudine di
trattare come oggetti o
merci degli esseri umani.
Adriana
Scanferla
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