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Storia
di Toni, Silvio e Bepi che non sapevano
dove
era la Russia
(a ricordo di una tragedia) Franco Pedroletti Il
testo che segue è stato redatto dagli studenti di una scuola media
statale di un paese di montagna. Non vogliono essere menzionati, giacché
la descritta storia non riguarda solo la loro comunità, ma anche molte
altre che di quella tragedia sono rimaste colpite. Ragazzi
che meritano ammirazione, orgoglio e speranza di un futuro migliore,
meno grigio di quello che noi padri o nonni abbiamo saputo dare loro e
che, al confronto di altri che non sanno meditare, ma distruggono, sono
da esempio. Questo
il tema proposto: “La memoria del nostro passato, la vita del
presente e la forza del futuro nella descrizione di sentimenti ed
impressioni che hanno destato la testimonianza di reduci dalla Russia
e quale messaggio universale se ne può ricavare.” Svolgimento Chissà se Toni, Silvio e Bepi sapevano dov’era la Russia; chissà se il maestro in quell’angusta scuola di montagna l’aveva nominata. Di certo conoscevano la neve. Ricordavano una neve soffice, una neve resa allegra dai tanti schiamazzi di ragazzi che “bogavano” (slittavano) lungo la strada con la “scaliera” (slitta). Mai avrebbero pensato, allora, di dover stramaledire quella che calpestavano da giorni. Era una neve diversa, molto leggera, che il vento, prima ammucchiava e poi trasportava velocemente da un posto all’altro, entrandoti fino nelle ossa. |
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I bambini non giocavano con la neve in quella
piana vicino al Don. Nell’anno 1943, in un mese di neve, Toni, Silvio
e Bepi camminavano, guardando avanti, con il gelo addosso e l’anima in
cerca di casa. Erano partiti ragazzi arruolati nella divisione “Julia”, per combattere in un paese lontano, nessuno di loro sapeva
chi, e soprattutto perché, era il nemico.
Erano mal vestiti e mal equipaggiati; al loro confronto i tedeschi sembravano usciti da una rivista di moda militare. Fu lungo il cammino per arrivare alla meta destinata, come fu lunga quella campagna che doveva durare il tempo di un lampo. |
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Era
quella la gloriosa impresa voluta da chi in quella desolazione li aveva
mandati? Migliaia di giovani, centinaia della nostra valle, furono
obbligati a concretizzare una pazzia, a lasciare tutto ed andare verso
la sofferenza, la morte. Toni,
Silvio e Bepi erano diventati uomini in fretta, niente sarebbe più
stato come prima, una volta a casa…. Avrebbero raccontato, gridato
cos’era stato. Avevano persino conficcato un ago
in un mulo per berne il sangue caldo e riscaldarsi un po’. Il gelo era
penetrato anche dentro. Dov’è
finita la loro amicizia? Il farsi forza l’un con l’altro? Rimaneva
solo l’indifferenza verso tutto e tutti. Camminavano, non sentivano più
né il naso, né i piedi. Vedevano paesaggi che si ripetevano
all’infinito, povere case, vecchiette con il fazzoletto in testa, sì,
proprio come quelle del paese, donne, bambini. “Italianski
carosò!” Tra povera gente ci si intende. |
| Quella lunga fila di sofferenza che si
snodava nella pianura russa, diventa ai nostro occhi una marcia per la
pace. Le vecchie coperte che coprono le spalle dei soldati si
trasformano in celebrate bandiere.
Non è facile, si affonda nella neve, ogni passo richiede grandi sforzi. Ma sono i passi della nostra ritirata dai pensieri di guerra. Ogni passo è un passo verso la pace. |
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Toni,
Silvio e Bepi non sono ritornati a casa. Hanno fatto miliardi di passi,
uno era per l’Italia, uno era per il proprio paese, uno era per la
famiglia, uno per loro stessi per sperare di sopravvivere, altri cento
passi, uno, il più faticoso, era per la pace. |