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Adesso l'acqua è
densa e scura. E puzza. Chiazze bianche lattiginose
galleggiano disgustose e inquietanti sulla superficie dei
rii. E' cambiata l'acqua di Venezia. E non mi piace più.
Allora era diverso.
Il cielo di primavera si specchiava nell'acqua smeraldo e
d'oro del Bacino ancora quasi deserto: verso Castello due
navi da guerra stavano alzando il pavese delle grandi
occasioni. A San Giorgio alcune grosse "navi
tonde" dormivano pigre al primo sole cullate dal
movimento lento e costante delle piccole onde.
Aveva legato la
barca poco più avanti del rio del Palazzo in modo che non
intralciasse il gran passaggio di gondole prevedibile in
quel giorno di festa. Con un'asse e dei cuscini sistemò un
sedile sufficientemente comodo, e stese un tappetino rosso
sul fondo, anche quel suo povero sandolo buranelo doveva
vestirsi a festa, e poi aspettava sior Minuti De Zuane,
l'oste friulano che gli aveva chiesto ospitalità sulla sua
barca per far vedere il famoso spettacolo alla moglie. E, a
sera, lo avrebbe invitato a cena, e vi sarebbe stata polenta
e pesce e un bicchiere di vino che male non fa. Allestiva
tutto bene e rapidamente, senza dimenticare il mazzetto di
fiori sulla prua. Ma non era contento. Mentre cercava di
lucidare la forcola, l'occhio gli andò all'acqua limpida
che all'imbocco del rio sembrava non voler diventare scura.
Quel verde leggero, quei riflessi di pagliuzze d'oro, erano
dello stesso colore degli occhi di Bettina. La
Bettina! Non l'aveva vista al balcone quella mattina - forse
dormiva ancora - ma sarebbe certamente venuta alla festa
sulla barca della Scuola dei Marangoni, s'intende, con i
capi dell'Arte, le loro mogli, le loro figlie e con suo
padre, che si diceva sarebbe diventato Guardian della Scuola
o Castaldo dell'Arte. No,
non poteva pensare alla Betina, lui, povero pescatore che
lavorava se qualche padrone di barca lo mandava a chiamare,
e quando - spesso - questo non avveniva, s'arrangiava con
quella sua piccola barca ad andar fuori dal porto anche se
minacciava mare grosso, a rischiare la vita per un po' di
pesce da vendere nelle pescherie della città. Basta,
conosceva un N.H. Cavalli, sopracomitato delle galeazze, gli
avrebbe chiesto di prenderlo nella ciurma; robusto lo era e
in quanto a menar le mani ne sapevano qualcosa quelli della
fascia nera - i Nicoloti - ogni volta che li aveva
incontrati per il gioco del ponte. Si
sarebbe fatto marinaio. E se poi il turco... Lo
aveva visto da dietro le imposte socchiuse per il caldo
improvviso. -
Come è bello, con la fascia nuova e la berretta fiammante! Si
sapeva che la fascia, la berretta e il vestito nuovo erano
un segno di riconoscenza da parte di paron Fortunato Caruso
al quale Nane aveva salvato la vita durante una tempesta.
Perché era coraggioso Nane, e tutti lo sapevano, anche i
soliti attaccabrighe della calle. che aveva, all'occorrenza,
spedito a nuotare controvoglia nelle acque del canale. -
Ma perché era povero? - si domandava con stizza la Betina...
Con i suoi sedici anni, Betina riteneva un po' stupido e un
po' curioso che ci fosse chi, come lei, viveva in una casa
civile - due stanze, tinello e cucina, e solaio, e l'altana,
sopra la bottega del padre - e chi, come la Checa, la vedova
Piol e anche Nane, doveva vivere in qualche magazzino
puzzolente o in qualche soffitta con i topi. A
dire il vero, la Betina non si fermava troppo su questi
ragionamenti e della Checa lavandaia e della vedova Piol non
le importava niente. A lei interessava Nane che era bello e
forte, e la guardava in un certo modo che la rimescolava
tutta e la faceva anche arrossire (che rabbia!) e non sapeva
perché. Bisogna
sapere che la Betina si credeva brutta: tropo alta
("una scopa", diceva fra sè), troppo magra
("una aringa", rincarava). E nemmeno i suoi
capelli le piacevano: troppo fini e troppo biondi. Avrebbe
voluto averli gonfi e ramati come la santa del quadro da
poco messo sopra l'Altar Maggiore in Chiesa. Ma quelli che
la facevano proprio arrabbiare erano i seni, che non si
decidevano a crescere. Li guardava ogni mattina allo
specchio nella speranza fossero aumentati un po', ma quelli
nemmeno per sogno, piatti e inesistenti, non sollevavano
minimamente la camicia da notte o la veste leggera d'estate.
E si figurava i commenti delle pettegole della calle: "A
quela San Giusepe ga pasà la piana". Provava una
sorda invidia, dolorosa quanto soltanto i giovani sanno
provare, per la Sesa del pestrin che, con tre mesi meno di
lei, poteva esibire un seno rigoglioso, "degno de
quel pitor veronese", aveva sentito dire. E lo
sapeva, la svergognata, e lo mostrava anche, sfacciata,
tutte le volte che poteva farlo impunemente. Proprio
sicura di essere brutta, a volte, Bettina non era, se no,
perché i grossolani complimenti che le bisbigliavano
sottovoce gli sfaccendati della calle? Non la disturbavano
più di tanto, e stava imparando a rispondere per le rime
come facevano le sue amiche. A darle fastidio era quella
lucertola di Teodoro, figlio di Sperandio, lo speziale, che
piaceva tanto a suo padre perché era ricco. Non
appena scendeva in calle, se lo trovava d'attorno
stralunato, silenzioso, insistente, a sbirciare dentro la
scollatura, pronto, se scoperto, a tuffare il naso nel libro
che portava sempre con sè. Immancabilmente, quando le
ragazze erano al lavatoio in fondo al campiello, compariva
grave e compunto a passeggiare leggendo, pronto a spiare
quanto in quel chiassoso lavoro lasciavano intravedere. Stufa,
la Sesa - sempre lei - gli aveva voltato il deretano e si
era sollevata le gonne mostrandogli le gambe: -
Contento, sior porcelo? Se
n'era scappato via tra gli sghignazzi con le falde della
palandrana che svolazzavano come ali di un pipistrello. E
lei, Betina, avrebbe dovuto sposare un individuo siile?
Meglio monaca al convento di Sant'Anna... Il brutto pensiero
durò un attimo; se mai, il dispiacere era per la veste
nuova - troppo liscia, troppo disadorna per quella giornata
tanto diversa dalle altre - per quei due poveri sottili giri
d'oro che, con lo scialle di merletto, erano tutta
l'eredità che le aveva lasciato sua madre. Ma
agli ultimi gradini della scaletta si fermò di proposito
per farsi ammirare dal padre che, impaziente, l'aspettava
nel tinello. -
La me dogaressa - mormorò commosso, e le porse il
braccio per affrettarsi verso il luogo dell'imbarco. Il
brusio di stupore della gente della calle non era certo per
il vestito sgargiante e il gran cappello "alla
gentilesca" di paron Giacomo, ma tutto per lei. Betina
non lo sospettava, eppure proprio la semplicità di quella
veste - quasi una tunica - faceva risaltare il disegno dolce
e flessuoso del suo corpo, la naturale, inconsapevole
eleganza dei suoi movimenti: E quando uscirono nel sole del
campiello, e la luce accese l'oro dei suoi capelli appena
trattenuti da una piccola acconciatura di velo e illuminò
la grazia del suo viso, non poté non sentire l'ammirata
esclamazione della vecchia Orsola, come sempre seduta fuori
dall'uscio col gatto sulle ginocchia: -
'Na Madona! la par, 'na Madona! L'aspettava
lo splendore della festa. Chissà se avrebbe visto Nane... Lentissima,
maestosa, la grande nave trainata da due barconi, spinta da
cento rematori, lasciando l'Arsenale, si avviava a
raggiungere il molo di San Marco, circondata, preceduta e
seguita da una miriade di imbarcazioni che diventava via via
sempre più fitta. Quando
dalla Basilica uscì processionalmente il corteo del
Patriarca, che fin dal primo mattino si era mosso dalla sua
Cattedrale di San Pietro di Castello, cominciò il concerto
delle campane, onda sonora che coprì il rumoroso omaggio
del popolo all'apparire del Doge e della Signoria fuori
dalla Porta della Carta, e accompagnò la cerimonia del
congiungersi dei due cortei alla Loggetta fino al molo per
l'imbarco sul Bucintoro. Ormai
mille imbarcazioni affollavano il Bacino, ma altre
giungevano dai rii, dal Canal Grande; ecco farsi largo il
piccolo corteo di gondole dell'Ambasciata di Francia e ogni
gondola era ornata di damaschi e velluti azzurri sui quali
spiccavano i figli d'oro, e degli stessi colori erano le
eleganti livree dei giovani schiavi neri che remavano a
poppa. Nane,
manovrando abilmente la sua piccola barca, aveva raggiunto
il centro del Bacino e ora si trovava quasi a ridosso del
Bucintoro, nel bel mezzo della moltitudine di imbarcazioni,
che trascinava il suo sandolo verso il Lido senza
quasi il bisogno dello sforzo del remo. Bisognava
vederli, paron Minuti e la siora Sabina! Ogni qual volta
sfioravano una gondola di signori, paron Minuti alzava il
bicchiere per un brindisi - si era provvidenzialmente
portato una damigianetta - e, per vero, molti ricambiavano
la cortesia, divertiti da quel viso rubicondo; siora Sabina,
un po' stordita, un po' confusa dal moto delle onde, da
quell'assalto di luci, suoni e colori, se ne stava rigida e
immobile, aggrappata con tute e due le mani alla panca,
girando solo la testa per non perdere nulla di quello
spettacolo che certo non avrebbe mai immaginato tra i sassi,
i legni, la miseria e il grigiore delle sue montagne. Quando
il corteo ducale sfilò davanti alle navi all0ormeggio,
risuonarono le salve dei cannoni, si alzò alto l'evviva del
popolo e un'altra salve e un altro grido salutarono il doge
dalla mole del forte a guardia e a difesa della città. Fuori
dalla bocca di porto, la grande nave virò porgendo la poppa
al mare. Si vide bene la figura del Patriarca ritto
sull'alto cassero e il chierico che gli porgeva il bacile
dell'acqua benedetta. Subito dopo il Doge avrebbe gettato
l'anello. Non
attese lo scroscio e si tuffò. Un colpo di reni e risalì.
In tempo per scorgere alla superficie dell'acqua chiara la
piccola forma scura che stava per affondare. L'afferrò.
Riemerse, tutto in un istante. Nessuno si accorse del tuffo
e di niente altro. Nessuno, fuorché la siora Sabina che,
spaventatissima, rimproverò Nane di averla lasciata sola "in
mezo al mar", su quel guscio di barca che dondolava
pericolosamente. Far passare lo spavento alla brava donna
servì benissimo a Nane per non parlare del tuffo e per
affrettare il più possibile il rientro. Tanto, col ritorno
del Doge a Palazzo la festa era conclusa. Altro
che polenta e pesce! Quello era un pranzo come Nane ne
poteva raccontare pochi; paron Minuti, nell'entusiasmo per
la giornata che aveva vissuto, aveva voluto invitare gli
amici della calle: Miro, calegher, Biasio del carbon. E
c'erano stati i risi e bisi, e il coniglio arrosto, e
le sardelle, e siora Sabina non si stancava di raccontare le
meraviglie che avevano visto, e il vino girava allegro. La
buona cena pareva on finire mai e Nane aveva un bel dire che
doveva andarsene, che in paludo di Sant'Elena lo
aspettava la barca dei fratelli da Vigo per andare fuori in
mare (era vero, ma Nane non diceva che prima aveva fretta di
sistemare l'anello che nel pagliericcio non gli sembrava
sicuro). Non volevano lasciarlo andare via e dovette
restare sino all'ultima barzelletta del Miro, sino
all'ultimo giro di quel vino bianco, "un vin da
preti", che paron Minuti importava da Conegliano. Corse
via ch'era già buio, e forse la barca era partita senza di
lui. Ma prima passò per casa a frugare con qualche timore
nel pagliericcio. Con precauzione avvolse l'anello nella
migliore pezzuola che avesse e se lo assicurò in tasca. Uscì,
e guardò ai due lati della calle che nessuno si accorgesse
di lui, ma la calle dormiva placida al calore umido di
quella prima estate. Però
imprecò lo stesso alla luna quando giunse al campiello
perché qualcuno avrebbe potuto vederlo mentre picchiava a
quell'ora insolita alle imposte di barba Giustin, il
gondoliere di casa Cavalli. Ebbe fortuna; il vecchio si era
appena appisolato su una sedia ma vestito; i signori - si sa
- sono matti, e dopo aver giocato un bel po'ed essersi
divertiti, magari avrebbero voluto anche la gondola, e lui
doveva essere pronto. -
A quest'ora, Nane! Cosa vi è mai? -
Apritemi, barba Giustin; ho bisogno urgente di
parlare col nobiluomo. Preceduto
da Giustin, era salito a un piccolo salottino; dalla porta
semiaperta si sentivano le risatine delle donne che
giocavano al biribisso, le esclamazioni degli uomini al
tavolo della bassetta. Il
sopracomito era alquanto contrariato per essere disturbato a
quell'ora, ma Nane non si sarebbe mai permesso di farlo
senza una ragione più che seria. E la ragione c'era. Appena
sentito di che cosa si trattava, il gentiluomo si era fatto
consegnare l'anello, chiudendolo in uno stipetto,
licenziando bruscamente Nane dicendogli che avrebbe avuto
notizie, e Nani si ritrovò in calle, senza anello, smarrito
e inquieto. Aveva proprio ragione barba Giustin: i
sognori sono matti. Avevano
postato via Nane. Quando era scesa in calle per vuotare il
catino, la Tina, la Sesa, la Marina, erano corse a darle la
notizia. Tutta la calle era in subbuglio. C0era chi parlava
di armigeri e chi giurava di aver visto Nane trascinato via
legato, ma più di tanto non si sapeva. Col
cuore che le batteva forte, Betina rientrò in casa. Cosa
poteva fare? Pensò che era indispensabile sapere qualcosa
di più preciso. Forse dalla gente del pozzo... Entrò
in cucina a prendere i secchi e corse via senza far caso
alle raccomandazioni dell'amia Anzoleta che le teneva
luogo di madre. Dalle
chiacchiere intorno a pozzo poco ricavò. C'era da sperare
che dicesse il vero la vecchia Orsola che, seduta come
sempre fuori dall'uscio col gatto sulle ginocchia, asseriva
di aver visto tutto per bene; si, poco prima dell'alba un
tale vestito di nero, sicuramente uno della Giustizia, aveva
portato via Nane, ma lei non aveva visto né corda né
catene... La
Betina era disperata; sarebbe andata dal parroco, dalla
badessa, dal Magistrato che abitava in campiello... Ma chi
avrebbe dato ascolto ad una povera ragazza? Come
spesso succede, la realtà era più semplice dei ricami che
le si facevano attorno. Era
ancora buio quando Nane era stato svegliato da un deciso
bussare. Pensando ad un ingaggio, che ne avrebbe avuto
bisogno, si era affrettato ad aprire per trovarsi di fronte
ad un usciere, un impiegato, uno sbirro forse, che gli aveva
intimato di seguirlo. Alle domande su chi lo mandava e dove
voleva portarlo, aveva saputo che l'ordine partiva "da
chi può" e che presto avrebbe potuto vedere lui stesso
il posto dove lo avrebbe condotto. Non restava che seguirlo.
E ora Nane, sufficientemente spaventato, si trovava seduto
su di una panca in una stanza del piano terreno di Palazzo
Ducale dove il suo accompagnatore lo aveva lasciato con un
asciutto: -
Aspettate qua. Non
era una cella, e il fatto che ci fossero le sbarre alle
finestre non impressionava più di tanto Nane; a Venezia
molte stanze a pian terreno hanno le sbarre. La porta non
era stata chiusa dall'esterno. Però un po' di paura Nane
l'aveva: perché quella stanza spoglia? Perché
quell'attesa? Che
- non si sa mai - lo accusassero di furto? Lui l'anello non
l'aveva più, e soltanto il Sopracomito lo aveva avuto. Ma
lo aveva preso e non gli aveva detto niente. Perché? Vatti
a fidare dei signori!
Nella povera testa di Nane passavano celle oscure, i velluti
rossi del Bucintoro, il viso seccato del Sopracomito, la
misera luce del focolare di casa, e gli occhi ridenti della
Betina. Ma la Betina scompariva in lontananze infinite. -
Prendete questo; lo consegnerete voi stesso al Doge.
Seguiteci. Gli
avevano messo in mano un piccolo scrignetto di legno,
aperto, e sul fondo di raso aveva visto luccicare il
"suo" anello d'oro.Sospinto e quasi sorretto da
quegli angeli custodi silenziosi e uguali, salì una scala
tutta d'oro che finì di abbacinarlo, e quando entrò in un
salone pieno di gente non vide niente e nessuno: soltanto il
Doge, in trono, al sommo di pochi gradini. Tremando,
Nane si inginocchiò e porse il piccolo scrigno, riuscendo a
sussurrare: -
... Serenissimo... Ma
intese bene le lente parole del nobile vecchio: -
Sappiamo che siete buon figliolo; sappiamo anche che il
nostro fedele Fortunato Caruso ha pubblicamente
protestato eterna riconoscenza nei vostri confronti e
che gli avete salvato la vita, e che vi siete esibito a
difendere Venezia sulle nostre navi. Avete difficoltà a
farvi uno stato. Noi vogliamo aiutarvi. Andate con Dio, e
portatevi sempre bene. Mentre
un funzionario che stava a fianco del Doge gli passava una
borsetta gonfia e pesante Nane avrebbe voluto baciare la
mano al Doge, ma questi lo impedì facendo cenno ai due
famigli di sollevare il giovane e portarlo via. Un
brusio di approvazione si levò dalla piccola folla, ma Nane
non vide niente, nemmeno il pittore che su grandi fogli
aveva schizzato la scena a carboncino. Soltanto nel cortile
si ridestò come da un sogno. Uscendo
dalla porta del Frumento, respirò a fondo e guardò il
sole. Per
uno di quei misteri che succedono a Venezia, la notizia
dell'udienza dogale doveva essere corsa di prima mattina, e
perciò trovò sul molo un gruppetto di amici pronti a
festeggiarlo, a scortarlo a casa in trionfo. Se ne liberò
promettendo di ritrovarsi la sera da Minuti friulano, e si
avviò tenendo stretta la sua borsa preziosa. -
Paron Nane !... A
sentirsi chiamare con quell'appellativo, per lui del tutto
nuovo, si voltò confuso, ma molto maggiore fu la sua
meraviglia quando vide che a rivolgerglisi così era... il
padre di Betina. -
Ho sentito dire che volete comperare una barca. Giusto ieri,
mi compare Berto, mi diceva di voler vendere la sua sampierota.
Come nuova, in ottimo stato; col suo timone e la sua vela in
ordine, la sua rete tartanella e tutto il bisogno per due o
tre uomini alla pesca... Un affare. Volete favorire a
desinare da me domenica che ne parliamo? Com'era
azzurro il cielo su Venezia in quel giorno d'estate! Camminava
svelto il pittore, tenendo stretta la sua cartella: la
cerimonia di quella mattina gli pareva un soggetto
adattissimo per il quadro che gli era stato commissionato
dalla Signoria. Ma come sempre, più che al soggetto e alla
composizione, la sua fantasia si accendeva pensando al
colore: su quello sfondo di legni, toghe e drappi dai toni
cupi, i capelli e la barba scusa del pescatore non andavano
bene. Quando realizzò l'opera sulla tela, lo fece canuto.
Nane e la Betina non lo seppero mai. |