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Francesco MOISIO

L'ANELLO d'oro

Prefazione:

"L'anello d'oro" ha un'origine lontana nel tempo e a me particolarmente cara. Quando mia figlia era molto piccola, un nostro gioco era quello di sfogliare un libro d'arte, ed io inventavo storie prendendo spunto dalle riproduzioni sulle quali lei si soffermava. Una "La restituzione dell'anello al Doge" di Paris Bordone, veniva da me collegata con l'antica cerimonia dello Sposalizio col mare.

In realtà, il quadro, che attualmente si trova alle gallerie dell'Accademia di Venezia, celebra un miracolo: il Doge rappresentato è Sndrea Gritti (1523-1538).

Io imbastivo una storia che dovevo ripetere più volte, attento a non cambiare frasi e circostanze per non suscitare fiere proteste.

Molti anni dopo, ho voluto dare forma scritta e più ampiamente elaborata all'antico racconto orale.

Regalo, oggi, il piccolo inedito a mia nipote Giulia. E' un grazie, che il suo vecchio nonno che non la vede mai le dice per quella sua vocetta al telefono che è un poco di sole in una giornata lenta e grigia.

*********

Adesso l'acqua è densa e scura. E puzza. Chiazze bianche lattiginose galleggiano disgustose e inquietanti sulla superficie dei rii. E' cambiata l'acqua di Venezia. E non mi piace più.

Allora era diverso. Il cielo di primavera si specchiava nell'acqua smeraldo e d'oro del Bacino ancora quasi deserto: verso Castello due navi da guerra stavano alzando il pavese delle grandi occasioni. A San Giorgio alcune grosse "navi tonde" dormivano pigre al primo sole cullate dal movimento lento e costante delle piccole onde.

Aveva legato la barca poco più avanti del rio del Palazzo in modo che non intralciasse il gran passaggio di gondole prevedibile in quel giorno di festa. Con un'asse e dei cuscini sistemò un sedile sufficientemente comodo, e stese un tappetino rosso sul fondo, anche quel suo povero sandolo buranelo doveva vestirsi a festa, e poi aspettava sior Minuti De Zuane, l'oste friulano che gli aveva chiesto ospitalità sulla sua barca per far vedere il famoso spettacolo alla moglie. E, a sera, lo avrebbe invitato a cena, e vi sarebbe stata polenta e pesce e un bicchiere di vino che male non fa.

Allestiva tutto bene e rapidamente, senza dimenticare il mazzetto di fiori sulla prua. Ma non era contento. Mentre cercava di lucidare la forcola, l'occhio gli andò all'acqua limpida che all'imbocco del rio sembrava non voler diventare scura. Quel verde leggero, quei riflessi di pagliuzze d'oro, erano dello stesso colore degli occhi di Bettina.

La Bettina! Non l'aveva vista al balcone quella mattina - forse dormiva ancora - ma sarebbe certamente venuta alla festa sulla barca della Scuola dei Marangoni, s'intende, con i capi dell'Arte, le loro mogli, le loro figlie e con suo padre, che si diceva sarebbe diventato Guardian della Scuola o Castaldo dell'Arte.

No, non poteva pensare alla Betina, lui, povero pescatore che lavorava se qualche padrone di barca lo mandava a chiamare, e quando - spesso - questo non avveniva, s'arrangiava con quella sua piccola barca ad andar fuori dal porto anche se minacciava mare grosso, a rischiare la vita per un po' di pesce da vendere nelle pescherie della città.

Basta, conosceva un N.H. Cavalli, sopracomitato delle galeazze, gli avrebbe chiesto di prenderlo nella ciurma; robusto lo era e in quanto a menar le mani ne sapevano qualcosa quelli della fascia nera - i Nicoloti - ogni volta che li aveva incontrati per il gioco del ponte.

Si sarebbe fatto marinaio. E se poi il turco...

Lo aveva visto da dietro le imposte socchiuse per il caldo improvviso.

- Come è bello, con la fascia nuova e la berretta fiammante!

Si sapeva che la fascia, la berretta e il vestito nuovo erano un segno di riconoscenza da parte di paron Fortunato Caruso al quale Nane aveva salvato la vita durante una tempesta. Perché era coraggioso Nane, e tutti lo sapevano, anche i soliti attaccabrighe della calle. che aveva, all'occorrenza, spedito a nuotare controvoglia nelle acque del canale.

- Ma perché era povero? - si domandava con stizza la Betina... Con i suoi sedici anni, Betina riteneva un po' stupido e un po' curioso che ci fosse chi, come lei, viveva in una casa civile - due stanze, tinello e cucina, e solaio, e l'altana, sopra la bottega del padre - e chi, come la Checa, la vedova Piol e anche Nane, doveva vivere in qualche magazzino puzzolente o in qualche soffitta con i topi.

A dire il vero, la Betina non si fermava troppo su questi ragionamenti e della Checa lavandaia e della vedova Piol non le importava niente. A lei interessava Nane che era bello e forte, e la guardava in un certo modo che la rimescolava tutta e la faceva anche arrossire (che rabbia!) e non sapeva perché.

Bisogna sapere che la Betina si credeva brutta: tropo alta ("una scopa", diceva fra sè), troppo magra ("una aringa", rincarava). E nemmeno i suoi capelli le piacevano: troppo fini e troppo biondi. Avrebbe voluto averli gonfi e ramati come la santa del quadro da poco messo sopra l'Altar Maggiore in Chiesa. Ma quelli che la facevano proprio arrabbiare erano i seni, che non si decidevano a crescere. Li guardava ogni mattina allo specchio nella speranza fossero aumentati un po', ma quelli nemmeno per sogno, piatti e inesistenti, non sollevavano minimamente la camicia da notte o la veste leggera d'estate. E si figurava i commenti delle pettegole della calle: "A quela San Giusepe ga pasà la piana". Provava una sorda invidia, dolorosa quanto soltanto i giovani sanno provare, per la Sesa del pestrin che, con tre mesi meno di lei, poteva esibire un seno rigoglioso, "degno de quel pitor veronese", aveva sentito dire. E lo sapeva, la svergognata, e lo mostrava anche, sfacciata, tutte le volte che poteva farlo impunemente.

Proprio sicura di essere brutta, a volte, Bettina non era, se no, perché i grossolani complimenti che le bisbigliavano sottovoce gli sfaccendati della calle? Non la disturbavano più di tanto, e stava imparando a rispondere per le rime come facevano le sue amiche. A darle fastidio era quella lucertola di Teodoro, figlio di Sperandio, lo speziale, che piaceva tanto a suo padre perché era ricco.

Non appena scendeva in calle, se lo trovava d'attorno stralunato, silenzioso, insistente, a sbirciare dentro la scollatura, pronto, se scoperto, a tuffare il naso nel libro che portava sempre con sè. Immancabilmente, quando le ragazze erano al lavatoio in fondo al campiello, compariva grave e compunto a passeggiare leggendo, pronto a spiare quanto in quel chiassoso lavoro lasciavano intravedere.

Stufa, la Sesa - sempre lei - gli aveva voltato il deretano e si era sollevata le gonne mostrandogli le gambe:

- Contento, sior porcelo?

Se n'era scappato via tra gli sghignazzi con le falde della palandrana che svolazzavano come ali di un pipistrello. E lei, Betina, avrebbe dovuto sposare un individuo siile? Meglio monaca al convento di Sant'Anna... Il brutto pensiero durò un attimo; se mai, il dispiacere era per la veste nuova - troppo liscia, troppo disadorna per quella giornata tanto diversa dalle altre - per quei due poveri sottili giri d'oro che, con lo scialle di merletto, erano tutta l'eredità che le aveva lasciato sua madre.

Ma agli ultimi gradini della scaletta si fermò di proposito per farsi ammirare dal padre che, impaziente, l'aspettava nel tinello.

- La me dogaressa - mormorò commosso, e le porse il braccio per affrettarsi verso il luogo dell'imbarco.

Il brusio di stupore della gente della calle non era certo per il vestito sgargiante e il gran cappello "alla gentilesca" di paron Giacomo, ma tutto per lei.

Betina non lo sospettava, eppure proprio la semplicità di quella veste - quasi una tunica - faceva risaltare il disegno dolce e flessuoso del suo corpo, la naturale, inconsapevole eleganza dei suoi movimenti: E quando uscirono nel sole del campiello, e la luce accese l'oro dei suoi capelli appena trattenuti da una piccola acconciatura di velo e illuminò la grazia del suo viso, non poté non sentire l'ammirata esclamazione della vecchia Orsola, come sempre seduta fuori dall'uscio col gatto sulle ginocchia:

- 'Na Madona! la par, 'na Madona!

L'aspettava lo splendore della festa. Chissà se avrebbe visto Nane...

Lentissima, maestosa, la grande nave trainata da due barconi, spinta da cento rematori, lasciando l'Arsenale, si avviava a raggiungere il molo di San Marco, circondata, preceduta e seguita da una miriade di imbarcazioni che diventava via via sempre più fitta.

Quando dalla Basilica uscì processionalmente il corteo del Patriarca, che fin dal primo mattino si era mosso dalla sua Cattedrale di San Pietro di Castello, cominciò il concerto delle campane, onda sonora che coprì il rumoroso omaggio del popolo all'apparire del Doge e della Signoria fuori dalla Porta della Carta, e accompagnò la cerimonia del congiungersi dei due cortei alla Loggetta fino al molo per l'imbarco sul Bucintoro.

Ormai mille imbarcazioni affollavano il Bacino, ma altre giungevano dai rii, dal Canal Grande; ecco farsi largo il piccolo corteo di gondole dell'Ambasciata di Francia e ogni gondola era ornata di damaschi e velluti azzurri sui quali spiccavano i figli d'oro, e degli stessi colori erano le eleganti livree dei giovani schiavi neri che remavano a poppa.

Nane, manovrando abilmente la sua piccola barca, aveva raggiunto il centro del Bacino e ora si trovava quasi a ridosso del Bucintoro, nel bel mezzo della moltitudine di imbarcazioni, che trascinava il suo sandolo verso il Lido senza quasi il bisogno dello sforzo del remo.

Bisognava vederli, paron Minuti e la siora Sabina! Ogni qual volta sfioravano una gondola di signori, paron Minuti alzava il bicchiere per un brindisi - si era provvidenzialmente portato una damigianetta - e, per vero, molti ricambiavano la cortesia, divertiti da quel viso rubicondo; siora Sabina, un po' stordita, un po' confusa dal moto delle onde, da quell'assalto di luci, suoni e colori, se ne stava rigida e immobile, aggrappata con tute e due le mani alla panca, girando solo la testa per non perdere nulla di quello spettacolo che certo non avrebbe mai immaginato tra i sassi, i legni, la miseria e il grigiore delle sue montagne.

Quando il corteo ducale sfilò davanti alle navi all0ormeggio, risuonarono le salve dei cannoni, si alzò alto l'evviva del popolo e un'altra salve e un altro grido salutarono il doge dalla mole del forte a guardia e a difesa della città.

Fuori dalla bocca di porto, la grande nave virò porgendo la poppa al mare. Si vide bene la figura del Patriarca ritto sull'alto cassero e il chierico che gli porgeva il bacile dell'acqua benedetta. Subito dopo il Doge avrebbe gettato l'anello.

Non attese lo scroscio e si tuffò. Un colpo di reni e risalì. In tempo per scorgere alla superficie dell'acqua chiara la piccola forma scura che stava per affondare. L'afferrò. Riemerse, tutto in un istante. Nessuno si accorse del tuffo e di niente altro. Nessuno, fuorché la siora Sabina che, spaventatissima, rimproverò Nane di averla lasciata sola "in mezo al mar", su quel guscio di barca che dondolava pericolosamente. Far passare lo spavento alla brava donna servì benissimo a Nane per non parlare del tuffo e per affrettare il più possibile il rientro. Tanto, col ritorno del Doge a Palazzo la festa era conclusa.

Altro che polenta e pesce! Quello era un pranzo come Nane ne poteva raccontare pochi; paron Minuti, nell'entusiasmo per la giornata che aveva vissuto, aveva voluto invitare gli amici della calle: Miro, calegher, Biasio del carbon. E c'erano stati i risi e bisi, e il coniglio arrosto, e le sardelle, e siora Sabina non si stancava di raccontare le meraviglie che avevano visto, e il vino girava allegro.

La buona cena pareva on finire mai e Nane aveva un bel dire che doveva andarsene, che in paludo di Sant'Elena lo aspettava la barca dei fratelli da Vigo per andare fuori in mare (era vero, ma Nane non diceva che prima aveva fretta di sistemare l'anello che nel pagliericcio non gli sembrava sicuro). Non volevano lasciarlo  andare via e dovette restare sino all'ultima barzelletta del Miro, sino all'ultimo giro di quel vino bianco, "un vin da preti", che paron Minuti importava da Conegliano.

Corse via ch'era già buio, e forse la barca era partita senza di lui. Ma prima passò per casa a frugare con qualche timore nel pagliericcio. Con precauzione avvolse l'anello nella migliore pezzuola che avesse e se lo assicurò in tasca.

Uscì, e guardò ai due lati della calle che nessuno si accorgesse di lui, ma la calle dormiva placida al calore umido di quella prima estate.

Però imprecò lo stesso alla luna quando giunse al campiello perché qualcuno avrebbe potuto vederlo mentre picchiava a quell'ora insolita alle imposte di barba Giustin, il gondoliere di casa Cavalli. Ebbe fortuna; il vecchio si era appena appisolato su una sedia ma vestito; i signori - si sa - sono matti, e dopo aver giocato un bel po'ed essersi divertiti, magari avrebbero voluto anche la gondola, e lui doveva essere pronto.

- A quest'ora, Nane! Cosa vi è mai?

- Apritemi, barba Giustin; ho bisogno urgente di parlare col nobiluomo.

Preceduto da Giustin, era salito a un piccolo salottino; dalla porta semiaperta si sentivano le risatine delle donne che giocavano al biribisso, le esclamazioni degli uomini al tavolo della bassetta.

Il sopracomito era alquanto contrariato per essere disturbato a quell'ora, ma Nane non si sarebbe mai permesso di farlo senza una ragione più che seria. E la ragione c'era.

Appena sentito di che cosa si trattava, il gentiluomo si era fatto consegnare l'anello, chiudendolo in uno stipetto, licenziando bruscamente Nane dicendogli che avrebbe avuto notizie, e Nani si ritrovò in calle, senza anello, smarrito e inquieto. Aveva proprio ragione barba Giustin: i sognori sono matti.

Avevano postato via Nane. Quando era scesa in calle per vuotare il catino, la Tina, la Sesa, la Marina, erano corse a darle la notizia. Tutta la calle era in subbuglio. C0era chi parlava di armigeri e chi giurava di aver visto Nane trascinato via legato, ma più di tanto non si sapeva.

Col cuore che le batteva forte, Betina rientrò in casa. Cosa poteva fare? Pensò che era indispensabile sapere qualcosa di più preciso. Forse dalla gente del pozzo...

Entrò in cucina a prendere i secchi e corse via senza far caso alle raccomandazioni dell'amia Anzoleta che le teneva luogo di madre.

Dalle chiacchiere intorno a pozzo poco ricavò. C'era da sperare che dicesse il vero la vecchia Orsola che, seduta come sempre fuori dall'uscio col gatto sulle ginocchia, asseriva di aver visto tutto per bene; si, poco prima dell'alba un tale vestito di nero, sicuramente uno della Giustizia, aveva portato via Nane, ma lei non aveva visto né corda né catene...

La Betina era disperata; sarebbe andata dal parroco, dalla badessa, dal Magistrato che abitava in campiello... Ma chi avrebbe dato ascolto ad una povera ragazza?

Come spesso succede, la realtà era più semplice dei ricami che le si facevano attorno.

Era ancora buio quando Nane era stato svegliato da un deciso bussare. Pensando ad un ingaggio, che ne avrebbe avuto bisogno, si era affrettato ad aprire per trovarsi di fronte ad un usciere, un impiegato, uno sbirro forse, che gli aveva intimato di seguirlo. Alle domande su chi lo mandava e dove voleva portarlo, aveva saputo che l'ordine partiva "da chi può" e che presto avrebbe potuto vedere lui stesso il posto dove lo avrebbe condotto. Non restava che seguirlo. E ora Nane, sufficientemente spaventato, si trovava seduto su di una panca in una stanza del piano terreno di Palazzo Ducale dove il suo accompagnatore lo aveva lasciato con un asciutto:

- Aspettate qua.

Non era una cella, e il fatto che ci fossero le sbarre alle finestre non impressionava più di tanto Nane; a Venezia molte stanze a pian terreno hanno le sbarre. La porta non era stata chiusa dall'esterno. Però un po' di paura Nane l'aveva: perché quella stanza spoglia? Perché quell'attesa?

Che - non si sa mai - lo accusassero di furto? Lui l'anello non l'aveva più, e soltanto il Sopracomito lo aveva avuto. Ma lo aveva preso e non gli aveva detto niente. Perché?

Vatti a fidare dei signori!
Nella povera testa di Nane passavano celle oscure, i velluti rossi del Bucintoro, il viso seccato del Sopracomito, la misera luce del focolare di casa, e gli occhi ridenti della Betina. Ma la Betina scompariva in lontananze infinite.

- Prendete questo; lo consegnerete voi stesso al Doge. Seguiteci.

Gli avevano messo in mano un piccolo scrignetto di legno, aperto, e sul fondo di raso aveva visto luccicare il "suo" anello d'oro.Sospinto e quasi sorretto da quegli angeli custodi silenziosi e uguali, salì una scala tutta d'oro che finì di abbacinarlo, e quando entrò in un salone pieno di gente non vide niente e nessuno: soltanto il Doge, in trono, al sommo di pochi gradini.

Tremando, Nane si inginocchiò e porse il piccolo scrigno, riuscendo a sussurrare:

- ... Serenissimo...

Ma intese bene le lente parole del nobile vecchio:

- Sappiamo che siete buon figliolo; sappiamo anche che il nostro fedele Fortunato Caruso ha pubblicamente protestato  eterna riconoscenza nei vostri confronti e che gli avete salvato la vita, e che vi siete esibito a difendere Venezia sulle nostre navi. Avete difficoltà a farvi uno stato. Noi vogliamo aiutarvi. Andate con Dio, e portatevi sempre bene.

Mentre un funzionario che stava a fianco del Doge gli passava una borsetta gonfia e pesante Nane avrebbe voluto baciare la mano al Doge, ma questi lo impedì facendo cenno ai due famigli di sollevare il giovane e portarlo via.

Un brusio di approvazione si levò dalla piccola folla, ma Nane non vide niente, nemmeno il pittore che su grandi fogli aveva schizzato la scena a carboncino. Soltanto nel cortile si ridestò come da un sogno.

Uscendo dalla porta del Frumento, respirò a fondo e guardò il sole.

Per uno di quei misteri che succedono a Venezia, la notizia dell'udienza dogale doveva essere corsa di prima mattina, e perciò trovò sul molo un gruppetto di amici pronti a festeggiarlo, a scortarlo a casa in trionfo. Se ne liberò promettendo di ritrovarsi la sera da Minuti friulano, e si avviò tenendo stretta la sua borsa preziosa.

- Paron Nane !...

A sentirsi chiamare con quell'appellativo, per lui del tutto nuovo, si voltò confuso, ma molto maggiore fu la sua meraviglia quando vide che a rivolgerglisi così era... il padre di Betina.

- Ho sentito dire che volete comperare una barca. Giusto ieri, mi compare Berto, mi diceva di voler vendere la sua sampierota. Come nuova, in ottimo stato; col suo timone e la sua vela in ordine, la sua rete tartanella e tutto il bisogno per due o tre uomini alla pesca... Un affare. Volete favorire a desinare da me domenica che ne parliamo? 

Com'era azzurro il cielo su Venezia in quel giorno d'estate!

Camminava svelto il pittore, tenendo stretta la sua cartella: la cerimonia di quella mattina gli pareva un soggetto adattissimo per il quadro che gli era stato commissionato dalla Signoria. Ma come sempre, più che al soggetto e alla composizione, la sua fantasia si accendeva pensando al colore: su quello sfondo di legni, toghe e drappi dai toni cupi, i capelli e la barba scusa del pescatore non andavano bene. Quando realizzò l'opera sulla tela, lo fece canuto. Nane e la Betina non lo seppero mai.

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